Gli Stati Uniti pronti ad inviare altri 750 soldati in Iraq, le tensioni continuano

Pubblicato il 1 gennaio 2020 alle 11:41 in Iraq USA e Canada

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Il Pentagono ha annunciato, nella sera del 31 dicembre, che Washington invierà altri 750 soldati in Medio Oriente, a seguito dell’attacco all’ambasciata statunitense verificatosi lo stesso giorno in Iraq, nella capitale Baghdad.

La dichiarazione è giunta dal ministro della Difesa statunitense, Mark Esper, e fa seguito a quanto riferito dal segretario di Stato, Mike Pompeo, secondo cui l’attacco è stato perpetrato da “terroristi, sostenuti dall’Iran”.

Nella mattina del 31 dicembre, decine di manifestanti iracheni, sventolando bandiere filo-iraniane, si sono radunati presso il compound dell’ambasciata degli Usa situata nella Green Zone della capitale irachena, attaccando l’ingresso principale con pietre e bruciando una delle porte, oltre ad apportare danni al quartier generale delle forze di sicurezza. Mentre lanciavano bottiglie di vetro e distruggevano le telecamere di sicurezza, i cittadini iracheni inneggiavano slogan contro gli Stati Uniti, come: “Abbasso gli USA!”, “Morte agli Stati Uniti”. La richiesta principale, il ritiro delle forze statunitensi dall’Iraq.

Come si legge nella dichiarazione di Esper, gli Usa hanno autorizzato il dispiegamento di un battaglione di fanteria delle Forze di risposta immediata. Tali forze aggiuntive verranno schierate nei prossimi giorni. Si tratta, a detta di Washington, di un’azione precauzionale, in risposta ad una crescente minaccia per il personale e le strutture statunitensi in Medio Oriente e, nello specifico, in Iraq. “Gli Stati Uniti proteggeranno il loro popolo ed i propri interessi in qualsiasi parte del mondo” si legge nella nota. Secondo quanto riferito da un ufficiale statunitense, già prima dell’annuncio, gli Usa avevano inviato due elicotteri Apache, con l’obiettivo di controllare il quartiere iracheno sede dell’ambasciata. Circa 100 Marine statunitensi, provenienti da un’unità di crisi con sede in Kuwait, sono poi giunti nello stesso luogo.

L’episodio del 31 dicembre ha preso avvio dagli attacchi perpetrati da Washington il 29 dicembre, quando raid aerei hanno colpito le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq, provocando circa 25 morti. Si tratta di un gruppo paramilitare sciita iracheno, ramificazione delle Forze di Mobilitazione Popolare, noto altresì con il nome di Kataib. Questo è supportato dall’Iran ed è stato particolarmente attivo nel corso della guerra civile sia irachena sia siriana.

Anche il 1 gennaio, centinaia di manifestanti iracheni, perlopiù militanti affiliati alle Forze di Mobilitazione Popolare, si sono radunati nei pressi dell’ambasciata degli Usa. Il clima di tensione ha visto, da un lato, i manifestanti lanciare pietre contro l’ambasciata mentre, dall’altro lato, le forze di sicurezza hanno impiegato gas lacrimogeni e granate per disperdere la folla. L’assedio ha poi avuto termine, nella stessa giornata del 1 gennaio, una volte che le milizie di Kataib hanno ordinato ai propri membri di ritirarsi. Secondo quanto riferito, si continuerà ad esercitare pressione contro gli Stati Uniti ma dal Parlamento iracheno.

Per il capo della Casa Bianca, Donald Trump, dietro la reazione degli iracheni e l’attacco all’ambasciata Usa vi è Teheran, la quale, insieme agli altri responsabili dell’accaduto, verranno considerati colpevoli. Il presidente statunitense ha poi affermato di non aspettarsi una guerra con l’Iran e che, al contrario, desidera la pace. Tuttavia ha messo in guardia Teheran, la quale pagherà “un prezzo elevato” per aver attaccato l’ambasciata statunitense.

Il dispiegamento di 750 soldati si aggiunge alle 14.000 truppe statunitensi inviate nella regione del Golfo da maggio 2019, in risposta alle crescenti preoccupazioni di fronte alla minaccia iraniana e agli attacchi verificatisi che hanno posto dei rischi per la navigazione commerciale nel Golfo. Al momento dell’attacco, gli Stati Uniti avevano circa 5.200 truppe in Iraq, volte principalmente ad addestrare le forze irachene nel quadro della lotta contro lo Stato islamico.

I raid condotti da Washington il 29 dicembre sono giunti dopo l’attacco missilistico perpetrato contro una base militare irachena il 27 dicembre che ha causato la morte di un civile statunitense. L’operazione è stata condotta nei pressi della città irachena di Kirkuk, ricca di risorse petrolifere, ed ha provocato altresì il ferimento di altri funzionari, 4 statunitensi e 2 membri delle forze di sicurezza irachene. Gli Stati Uniti hanno accusato le milizie di Kataib per aver perpetrato l’attacco, le quali avrebbero impiegato più di 30 missili. Il gruppo sciita, da parte sua, ha negato qualsiasi coinvolgimento.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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