Libano: tra perduranti proteste e scandali

Pubblicato il 30 dicembre 2019 alle 10:57 in Libano Medio Oriente

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Il centro della capitale libanese Beirut ha continuato ad assistere, il 29 dicembre, ad un’ampia mobilitazione popolare, in segno di protesta contro il premier neoeletto Hassan Diab.

Quest’ultimo, un ex ministro dell’Istruzione, il 19 dicembre scorso, ha ricevuto l’incarico dal presidente libanese, Michel Aoun, di formare un nuovo governo per il Paese. Tuttavia, sono diversi gli ostacoli presentatisi sia all’interno dei diversi blocchi ed alleanze politiche sia tra le piazze del Paese. In particolare, decine di studenti si sono riuniti, il 29 dicembre, dinanzi all’abitazione del primo ministro, inneggiando slogan contro Diab. Le forze di sicurezza sono state costrette a dispiegarsi intorno all’edificio, per evitare un’escalation violenta della situazione e per disperdere la folla di manifestanti che bloccava alcune strade della capitale nei pressi dell’abitazione.

Numerosi cittadini si sono poi riuniti davanti alle sedi di alcune banche di Beirut e di altre zone del Paese, in segno di protesta contro le politiche economiche adottate nelle ultime settimane. I manifestanti si sono detti determinati a continuare ad esercitare pressione affinché le loro richieste vengano ascoltate. La popolazione libanese desidera elezioni parlamentari anticipate e la presenza di un premier imparziale, che goda di ampio consenso e che sia in grado di guidare il Paese in un momento delicato, in cui bisogna altresì far fronte ad una grave crisi economica.

In tale quadro, un esperto finanziario, Marwan Iskandar, ha rivelato che alcuni politici libanesi hanno trasferito ingenti somme di denaro all’estero. Tale informazione proviene da un funzionario svizzero. In particolare, secondo quanto riferito, si tratta di circa 2 miliardi di dollari trasferiti in soli 15 giorni da 9 politici di provenienza libanese. Un caso su cui la Magistratura libanese ha aperto un’inchiesta, in collaborazione con la Banca centrale, ma che ha alimentato ancor di più la rabbia della popolazione libanese che, sin dal 17 ottobre, si è rivoltata contro una classe dirigente corrotta.

Per Iskandar, la questione è da considerarsi ancora più grave in un quadro di crisi di liquidità e severe restrizioni da parte delle banche libanesi, riguardanti proprio i depositi bancari ed il divieto di trasferire denaro in valuta estera all’esterno del Paese. Tali misure hanno gravato sul commercio, i cui attori hanno da sempre utilizzato dollari statunitensi per pagare i prodotti importati, in primis pane, carburante e medicinali, e sui cittadini stessi.

Il 26 dicembre scorso, la commissione parlamentare per la Finanza ed il Bilancio ha tenuto un incontro straordinario, a cui ha partecipato anche il governatore della Banca centrale libanese, Riad Salameh. Quest’ultimo ha dichiarato, a margine della sessione, che farà tutto il possibile per controllare i trasferimenti di denaro all’estero del 2019 e, in particolare, quelli ritenuti sospetti. Allo stesso tempo, una fonte giudiziaria ha rivelato che le indagini sul caso sono state avviate, il 27 dicembre, dal Dipartimento Centrale di Indagini Penali.

Il panorama libanese vede gruppi di manifestanti scesi in piazza a partire dal 17 ottobre, chiedendo le dimissioni del governo, una nuova legge elettorale ed elezioni anticipate, con l’abbassamento dell’età degli elettori a 18 anni, e il contrasto alla corruzione dilagante tra i membri della classe politica al potere. Uno dei risultati è stato rappresentato dalle dimissioni del premier Saad Hariri, del 29 ottobre scorso, cui hanno fatto seguito settimane di attesa per una personalità indipendente in grado di assumere la guida del governo.

Negli ultimi mesi, a seguito dei movimenti di protesta e dei diversi scioperi indetti, circa 70 istituzioni sono state chiuse e più di 1500 impiegati sono stati licenziati. Il potere d’acquisto è diminuito e le banche continuano a dover affrontare una riduzione delle rimesse di denaro dall’estero e dei depositi bancari. Conseguentemente alle misure intraprese dalle banche per ridurre la circolazione di valuta forte, vi è stata altresì una diminuzione della liquidità di dollari disponibili ed una riduzione delle importazioni, che hanno pesato gravemente su di un Paese che dipende da merce importata. Ciò ha causato l’aumento del prezzo del dollaro nel mercato parallelo di circa il 25% e, di conseguenza, un aumento dei prezzi di beni e materie prime. In alcuni casi, si è trattato di un aumento del 40-60%, in altri del 100%.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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