I colpevoli ritardi dell’Italia in Libia

Pubblicato il 30 dicembre 2019 alle 9:36 in Il commento Libia

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È una corsa contro il tempo. Haftar sta tentando l’assalto finale a Tripoli, spaventato dall’offensiva diplomatica dell’Italia. Conte, a sua volta spaventato da Haftar, è diventato un vortice di incontri. Mai il premier italiano era stato così frenetico e intraprendente. Segno che la paura è entrata in tutte le stanze di Palazzo Chigi. Conte ha telefonato a Putin, a Erdogan e al presidente dell’Egitto, al Sisi, alla ricerca di un accordo per arrestare l’avanzata su Tripoli. Quanto a Luigi Di Maio, è quasi impossibile elencare le sue numerose iniziative per porre fine agli scontri militari. Tutto questo è meritorio quanto inutile. Ormai la pace dipende dalla guerra. Haftar si fermerà soltanto se sarà fermato o se la minaccia di una controffensiva sarà credibile. Per comprendere il senso di questa affermazione, occorre sapere che, prima di entrare in guerra, i generali si dedicano alla “teoria dei giochi” e considerano tutti i dilemmi associati all’azione militare. Seduti intorno a un tavolo, dicono: “Prima di entrare in guerra, dobbiamo valutare una gamma di situazioni molto ampia”. Ed è un pullulare di incontri diplomatici. Cosa che Haftar ha fatto prima di lanciarsi all’assalto: ha incontrato il re dell’Arabia Saudita, Putin e molti altri, mentre al Sisi, in visita alla Casa Bianca, chiedeva a Trump di appoggiare la marcia su Tripoli. Haftar ha analizzato i rischi e ha fatto un elenco dei costi e dei ricavi dell’impresa bellica, mentre l’Italia era presa da problemi di politica interna, a causa dello scontro quotidiano tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che all’epoca governavano insieme. Ecco una delle conseguenze deleterie dell’instabilità dei governi italiani: mentre l’Italia si ripiegava, Haftar si distendeva e, il 4 aprile 2019, dava inizio alla marcia verso Tripoli. Quando però la guerra infuria, i dilemmi si riducono e il gioco diventa a somma zero. In questo caso, le armi decidono gli eventi. Ecco perché, giunti in una fase così avanzata dello scontro, Erdogan, e non Conte, è il vero protagonista della partita in Libia. Se davvero la Turchia invierà i propri soldati a difendere Tripoli o se tale minaccia sembrerà credibile, Haftar sarà costretto a moderarsi. Questo è il significato dell’affermazione secondo cui la pace dipende dalla guerra quando il gioco è a somma zero. Più semplicemente, ecco il meccanismo: i generali che arretrano, parlano di pace; quelli che avanzano, proseguono la guerra. Ed ecco perché non bisogna riporre fiducia eccessiva in Putin. Il capo del Cremlino parla al telefono con Conte, ma non fa niente per fermare Haftar. È tattica. Putin dialoga con il governo italiano per concedere tempo ad Haftar e favorire la sua avanzata. Non a caso, mentre Conte parlava al telefono con Putin, Haftar si portava a dieci chilometri da Tripoli. Si rifletta su questo dato: mai, come oggi, Haftar è stato così vicino alla vittoria. Se davvero Putin avesse voluto aiutare l’Italia, Haftar sarebbe arretrato dopo la telefonata con Conte e, invece, è avanzato ulteriormente conquistando la base di Naqliya e l’aeroporto a sud di Tripoli. La politica internazionale è fatta di fatti e non di telefonate. Soprattutto, è fatta di menzogne, come insegna John Mearsheimer nel suo attualissimo volumetto “Verità e bugie nella politica internazionale” (Luiss University Press 2018). Se Putin rassicura Conte, e un’ora dopo Haftar conduce una nuova avanzata verso Tripoli, allora Putin non intende aiutare l’Italia. Lo schema delle alleanze è noto. La Libia è divisa in due governi rivali. Il primo si trova a Tobruk ed è appoggiato da Russia, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti; il secondo si trova a Tripoli ed è sostenuto dall’Italia, diplomaticamente, e dalla Turchia, militarmente. Il generale Haftar, che guida l’esercito di Tobruk, è sempre più vicino alla meta. Il suo intento è quello di espugnare il palazzo presidenziale di Tripoli e creare un nuovo governo, dopo avere scacciato quello fondato dall’Onu, il 30 marzo 2016. Conte e Di Maio progettano una conferenza a Berlino, a gennaio 2020, mentre Haftar progetta di espugnare Tripoli prima di quella data. Putin non si oppone alla conferenza, ma spera che Haftar faccia in tempo per renderla vana. In Libia, è in atto una corsa contro il tempo, in cui l’Italia ha perso troppo tempo. In politica internazionale, troppo tardi equivale a molto male.
Pubblicato su “Il Messaggero”, per gentile concessione del direttore. 

di Alessandro Orsini

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