Rep. Centrafricana: scontri nella capitale, almeno 30 morti

Pubblicato il 28 dicembre 2019 alle 6:21 in Africa Repubblica Centrafricana

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Almeno 30 persone sono state uccise in uno scontro tra un gruppo di miliziani armati e i residenti di un distretto di Bangui, nella Repubblica Centrafricana. È quanto hanno riferito, venerdì 27 dicembre, un ufficiale di sicurezza e un imam locale citati dallagenzia di stampa Agence France Presse. 30 corpi sono stati portati alla moschea, ha dichiarato Awad Al Karim, limam della moschea di Ali Babolo, situata nel distretto PK5 della città, da tempo al centro delle rivalità tra la fazione musulmana e quella cristiana del Paese.

Lo scontro a Bangui è iniziato quando alcun residenti hanno cominciato ad opporsi contro le tasse riscosse dai gruppi armati. Esplosioni e colpi darma da fuoco sono stati uditi tra la serata di mercoledì 25 e la mattina di giovedì 26 dicembre. Il direttore della Croce Rossa africana, Antoine Mbaobogo, ha detto che alle 4 di mattina le morti accertate erano già 23 ma più tardi nella giornata sono arrivate a più di 30. Lo scontro è avvenuto nei pressi del mercato cittadino.

Né la forza di peacekeeping delle Nazioni Unite (MINUSCA) né le autorità della Repubblica Centrafricana sono state in grado di prendere il controllo del distretto PK5. Il portavoce della missione ONU, Bili Aminou Alao, ha riferito che parte del mercato e diversi veicoli sono stati dati alle fiamme. Il capo della protezione civile del Paese ha poi aggiunto che anche 50 negozi sono stati distrutti e 5 case sono andate a fuoco.

Le tensioni nel Paese sono iniziate nel 2013, a seguito di un colpo di Stato delle milizie musulmane Seleka. Questi ultimi hanno deposto il presidente François Bozize, che era salito al potere a sua volta con un colpo di Stato, nel 2003. La presa della capitale, Bangui, da parte dei Seleka, effettuata il 24 marzo 2013, ha scatenato la reazione dei guerriglieri cristiani Anti-balaka, nome che in lingua locale significa “quelli che portano gli amuleti contro i kalashnikov”, avviando così un sanguinoso conflitto civile. Dopo la fuga di Bozize, il leader dei Seleka, Michel Djotodia, si è autoproclamato presidente e il proseguire delle violenze ha provocato, verso la fine del 2013, l’intervento militare della Francia, avallato da un mandato delle Nazioni Unite. La forza di peacekeeping dell’ONU, MINUSCA, è stata dispiegata e, a seguito delle elezioni del 2016, Faustin-Archange Touadéra è stato nominato presidente del Paese, dopo aver ricoperto la carica di primo ministro dal 2008 al 2013. Tuttavia, il governo centrale non avrebbe più recuperato il controllo di alcuni territori, che rimangono in mano alle milizie armate. Nel febbraio 2019, il governo ha fatto il suo ottavo e ultimo tentativo di raggiungere una pace duratura, stipulando un accordo con 14 gruppi ribelli che controllano gran parte del territorio nazionale. Tuttavia, da quel momento, la situazione non è ancora migliorata. 

Bozize si trova sotto mandato di cattura internazionale in seguito alle accuse di “crimini contro l’umanità e incitamento al genocidio”. I suoi avvocati e i suoi sostenitori hanno insistentemente lavorato per un suo ritorno in patria. 

A seguito dell’indipendenza dalla Francia, avvenuta nel 1960, la Repubblica Centrafricana ha vissuto lunghi anni di instabilità. Nonostante il Paese sia ricco di diamanti, oro e petrolio, rimane uno dei più poveri del globo, con il 4° PIL pro capite più basso al mondo. La sua economia ha subito una grave crisi nel 2012, durante il quale la crescita è stata pari al -36%, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale. Secondo il Global Terrorism Index Report del 2018, la Repubblica Centrafricana è il 7° Paese che ha subito maggiormente l’impatto del terrorismo in Africa e il 15° al mondo, con un indice pari a 6,71 su 10. Le fazioni islamiste che si sono formate dallo scioglimento dei Seleka si concentrano nelle regioni centrali del Paese, mentre le milizie anti-balaka controllano alcuni territori nel Nord-Ovest. I combattimenti hanno costretto circa 4.5 milioni di persone ad abbandonare le proprie case, rendendole bisognose di assistenza umanitaria. La missione delle Nazioni Unite, dispiegata nel 2014, conta circa 12.000 unità e fatica a riportare l’ordine e la sicurezza nel Paese, dove il governo ha scarso controllo del proprio territorio.

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Chiara Gentili

di Redazione

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