Giappone rafforza la presenza militare in Medio Oriente

Pubblicato il 27 dicembre 2019 alle 11:38 in Giappone Iran Medio Oriente

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Il Giappone invierà una nave da guerra e aerei da pattugliamento per proteggere le proprie navi mercantili in Medio Oriente, poiché la situazione rimane instabile, secondo un documento del governo di Tokyo reso pubblico il 27 dicembre. 

In base al piano, un cacciatorpediniere dotato di elicotteri e 2 aerei di pattugliamento P-3C saranno inviati per la raccolta di informazioni volta a garantire il passaggio sicuro delle navi giapponesi attraverso la regione. In tale situazione, è importante sottolineare che quasi il 90% delle importazioni di petrolio greggio in Giappone arrivano dal Medio Oriente. In caso di emergenze, il ministro della Difesa giapponese emetterà un ordine speciale per consentire alle forze militari di utilizzare le armi per proteggere le navi in pericolo.

Il Giappone è un alleato degli Stati Uniti che ha, tuttavia, mantenuto legami amichevoli con l’Iran e ha quindi deciso di avviare una propria operazione in un’area calda per i rapporti tra Washington e Teheran, piuttosto che unirsi a una missione guidata dagli USA per proteggere le spedizioni marittime. Il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha informato il presidente iraniano, Hassan Rouhani, in merito al piano di Tokyo di inviare forze navali nel Golfo, durante la visita di Stato del 20 dicembre. L’operazione giapponese interesserà il Golfo di Oman, il Mare Arabico settentrionale e il Golfo di Aden, ma non lo Stretto di Hormuz, secondo quanto si evince dal documento approvato dal governo di Tokyo. Il governo giapponese intende inviare gli aerei di pattuglia entro gennaio 2020, mentre il cacciatorpediniere probabilmente inizierà le attività nella regione a febbraio, ha dichiarato un funzionario del Ministero della Difesa. Un’operazione europea per garantire spedizioni sicure nel Golfo inizierà a sua volta a gennaio 2020, quando una nave da guerra francese avvierà le prime pattuglie. 

La rivalità tra Stati Uniti e Iran in Medio Oriente e nel Golfo è stata estremamente elevata in tutto il 2019. Quello di maggio è stato tra i periodi più tesi, con un forte dispiegamento di truppe in Medio Oriente. Il 6 maggio, l’allora consigliere per la Sicurezza Nazionale USA, John Bolton, aveva riferito che gli Stati Uniti stavano schierando la portaerei Abraham Lincoln e una task force di cacciabombardieri nel Golfo, in risposta “a una serie di segnali preoccupanti di escalation” da parte dell’Iran. Due giorni dopo, l’8 maggio 2019, Teheran aveva annunciato che non avrebbe più rispettato le limitazioni imposte dall’accordo sul nucleare del 2015, da cui il presidente USA, Donald Trump, si era ritirato unilateralmente l’8 maggio 2018. Mercoledì 15 maggio, Washington aveva poi ordinato al proprio staff diplomatico di lasciare l’Iraq, poiché la situazione era troppo tesa. “Se l’Iran vuole una guerra, sarà ufficialmente la sua fine” aveva riferito Trump a seguito di un attacco, avvenuto il 19 maggio, contro la capitale irachena di Baghdad a pochi passi dall’ambasciata americana in Iraq. Il 30 maggio, l’Arabia Saudita aveva promosso il vertice della Mecca, alla luce dell’escalation delle violenze nella regione. Nel comunicato finale del vertice, sono state condannate le “operazioni di sabotaggio” per mano delle milizie Houthi, sostenute da Teheran, contro le navi saudite ed emiratine.

Il livello di preoccupazione è salito ulteriormente durante il mese di giugno, quando si sono verificati una serie di gravi attacchi. Il 13 giugno, due piattaforme petrolifere situate nel Golfo di Oman, a largo delle coste dell’Iran, erano state danneggiate dall’esplosione di alcune mine. Le due imbarcazioni battevano bandiera delle Isole Marshall e della Repubblica di Panama. Il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, aveva accusato Teheran di essere tra i responsabili dell’attacco. Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, aveva dichiarato che si trattava di accuse infondate e aveva denunciato una “diplomazia del sabotaggio” da parte degli Stati Uniti. Il 18 giugno, Washington aveva quindi deciso di inviare 1.000 nuovi soldati in Medio Oriente per “motivi difensivi”. Inoltre, il presidente Donald Trump aveva ordinato un attacco contro l’Iran, giovedì 20 giugno, in risposta all’abbattimento di un drone americano nello Stretto di Hormuz, avvenuto lo stesso giorno, ma poche ore prima del lancio dell’operazione, venerdì 21 giugno, aveva poi cambiato idea e deciso di annullare l’offensiva. Teheran si era difeso sostenendo che il drone si trovava nello spazio aereo iraniano e volava sopra la provincia meridionale di Hormozgan, vicino allo strategico Stretto. Tuttavia Washington ha continuato a rigettare la versione iraniana e ha ribadito che il velivolo stava attraversando un’area compresa nello spazio aereo internazionale.

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Maria Grazia Rutigliano  

 

di Redazione

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