Ministro degli Esteri indiano rifiuta di incontrare delegazione USA

Pubblicato il 20 dicembre 2019 alle 11:41 in India USA e Canada

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Il ministro degli Esteri indiano,  Subrahmanyam Jaishankar, ha “improvvisamente annullato” un incontro con i rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti, a seguito delle critiche di una deputata statunitense sulla situazione in Kashmir. 

La mattina del 20 dicembre, il Washington Post ha riferito la notizia che il rappresentante indiano ha rifiutato di incontrare i membri della Commissione per gli Affari Esteri del Congresso degli Stati Uniti, poichè questa includeva la leader democratica, Pramila Jayapal, nata in India. La ragione della decisione del ministro di Nuova Delhi è da ritrovarsi nel fatto che la rappresentante USA sta sponsorizzando una risoluzione per esortare l’India a preservare la libertà religiosa nel Paese e a revocare le restrizioni sulle comunicazioni e il blocco di internet in Kashmir. Jaishankar ha prima chiesto di escludere Jayapal dalla delegazione, ma il presidente della Commissione per gli Affari Esteri, Eliot L Engel, si è rifiutato. Il funzionario indiano ha quindi bruscamente annullato l’incontro. 

“La cancellazione di questo incontro è stata profondamente disturbante. Promuove l’idea che il governo indiano non è disposto ad ascoltare il dissenso”, ha scritto la Jayapal in un post su Twitter. Alla rappresentante statunitense era stato chiesto di aspettare fino a quando non avesse incontrato Jaishankar, prima di proporre la risoluzione. A seguito della reazione del ministro, la donna prevede di farlo a gennaio. Venerdì 20 dicembre, Jaishankar ha affermato che le notizie riferite dal Washington Post sul suo rifiuto di incontrare Jayapal erano “ingiuste” rispetto alla situazione in Kashmir. “Non credo che ci sia una buona comprensione della situazione in Jammu e Kashmir o una giusta caratterizzazione di ciò che il governo indiano sta facendo”, ha affermato. “Non mi interessa incontrarla”, ha poi aggiunto. Il ministro indiano si trovava negli Stati Uniti per portare avanti colloqui con i rappresentanti di politica estera e i capi della difesa delle due Nazioni. Tali incontri sono chiamati “2+2”. Tuttavia, gli incontri arrivano mentre l’India sta affrontando crescenti critiche per una presunto picco di nazionalismo indù sostenuto dal presidente indiano, Narendra Modi. Questo è arrivato a seguito degli eventi in Kashmir e dell’approvazione di una controversa legge sulla cittadinanza che è percepita come anti-islamica. Una serie di proteste, a tale proposito, sono scoppiate in tutto il Paese, con un bilancio pari a 9 morti. 

Il Kashmir vive una situazione di estrema tensione a partire dal  5 agosto, quando il governo indiano ha abolito lo status speciale della contesa regione, per ragioni di sicurezza. A seguito della rimozione dell’autonomia, dopo giorni di coprifuoco e blocco di internet e delle comunicazioni, il Kashmir è stato colpito da un’ondata di proteste. Alcune di queste sono state caratterizzate dal lancio di pietre contro i militari. Il gruppo per la tutela dei diritti umani, Amnesty International, ha affermato che la situazione in Kashmir è “senza precedenti” nella recente storia della regione. Secondo l’organizzazione le detenzioni e la repressione del dissenso hanno contribuito a “diffondere paura e alienazione” nella regione. In tale contesto si inseriscono i contrasti tra India e Pakistan in relazione al Kashmir, che vanno avanti da decenni. Tale regione si trova al confine tra i due Paesi ed è suddivisa in 3 aree, tutte oggetto di dispute territoriali e causa di rivalità. Ad incrementare ulteriormente le tensioni tra i due Stati asiatici, le accuse dell’India al Pakistan in merito al sostegno fornito ai militanti separatisti nel Kashmir, smentito da Islamabad. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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