Sudan: manifestanti celebrano 1 anno dall’inizio delle proteste che hanno deposto al-Bashir

Pubblicato il 19 dicembre 2019 alle 18:19 in Africa Sudan

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Il nuovo governo di transizione del Sudan deve soddisfare le richieste della popolazione e sostenere il processo di pace adesso che ricorre ufficialmente un anno dall’inizio delle proteste contro l’ex presidente Omar al-Bashir. È quanto ha affermato il vicedirettore di Amnesty International per l’Africa orientale, il Corno e i Grandi Laghi sottolineando che “le autorità del governo di transizione devono onorare i loro impegni, ripristinare lo stato di diritto e proteggere i diritti umani”. L’organizzazione per la difesa dei diritti umani ha chiarito che il nuovo esecutivo sudanese ha mostrato segni positivi di progresso durante la faticosa transizione dalla dittatura. Il rifiuto di accettare antiche leggi sulla moralità e lo smantellamento del vecchio partito di governo sono state tutte mosse che hanno aiutato il nuovo Consiglio Sovrano a distanziarsi dai 30 anni di potere di al-Bashir.

Per celebrare l’anniversario del primo anno dall’inizio delle proteste, gli attivisti politici sudanesi hanno organizzato diverse proteste sparse in varie città del Paese. Secondo l’associazione dei dottori, una delle organizzazioni rappresentative della società civile, più di 250 persone sono uccise nel corso delle manifestazioni antigovernative che hanno portato alla caduta di al-Bashir e, successivamente, a quello del governo militare che lo aveva sostituito.

Le manifestazioni in Sudan sono iniziate il 19 dicembre 2018 e in pochi mesi hanno portato al rovesciamento dell’ex presidente.  Il leader sudanese è stato rimosso dal potere l’11 aprile, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile. Nonostante si sia più volte tentato di avviare un dialogo, i colloqui si sono sempre interrotti a causa di un mancato accordo sulla composizione del futuro governo. Durante le proteste, le forze armate hanno più volte messo in pericolo la vita dei cittadini sudanesi.

Almeno 127 persone sono state uccise il 3 giugno durante la più violenta repressione degli agenti di sicurezza, volta a sopprimere un sit-in durato settimane davanti al Ministero della Difesa. Questi dati, al momento, sono riconosciuti solo dal Comitato Centrale dei Medici Sudanesi, mentre gli ufficiali delle forze armate di Khartoum rinnegano i numeri e danno stime molto più basse sul bilancio dei morti.

La milizia delle Forze di Supporto Rapido, comandata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, è ritenuta la principale responsabile delle violenze a danno dei manifestanti sudanesi. I suoi membri, molti dei quali facenti parte del deposto Consiglio Militare di Transizione, sono stati ampiamente accusati di aver orchestrato gli omicidi e di aver represso nel sangue proteste svoltesi perlopiù in maniera pacifica.

Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio e promette di guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario da parte dell’ex presidente Omar al-Bashir.

Il 14 dicembre, l’ex presidente del Sudan, Omar al-Bashir, è stato condannato a 2 anni di detenzione  per irregolarità finanziarie e corruzione, nel primo dei numerosi processi che l’uomo è chiamato ad affrontare.

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Chiara Gentili

di Redazione

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