Sud Sudan: governo e ribelli assicurano che formeranno il nuovo governo

Pubblicato il 18 dicembre 2019 alle 12:44 in Africa Sud Sudan

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Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, e l’ex leader dei ribelli, Riek Machar, hanno concordato di formare un governo di transizione di unità nazionale entro febbraio. L’intesa è giunta in seguito alla crescente pressione internazionale, soprattutto da parte degli Stati Uniti, che condannano i tentativi di ostacolare il processo di pace nel Paese africano. Nonostante l’annuncio di impegno reciproco, i due rivali sud sudanesi hanno ammesso che alcune questioni devono ancora essere risolte e le divergenze restano profonde. Kiir e Machar hanno tenuto, negli ultimi 3 giorni, colloqui segreti nella capitale, Juba, per appianare i contrasti che da mesi hanno messo in stallo le trattative per la formazione di un governo di unità nazionale. Lo scorso mese, i due leader non erano riusciti a rispettare la scadenza del 12 novembre per la risoluzione dell’impasse, così come stabilito nell’accordo di pace del settembre 2018, e avevano stabilito di posticipare di altri 100 giorni la creazione dell’esecutivo congiunto.  La ragione del ritardo, secondo quanto rivelato da fonti governative, ha riguardato la necessità di risolvere alcune questioni fondamentali di governance e sicurezza.

“Abbiamo detto che dopo 100 giorni avremmo formato il governo di unità nazionale. Se gli accordi non saranno formalizzati in tempo, formeremo un governo di transizione di unità nazionale per attuare le questioni in sospeso”, ha detto Kiir ai giornalisti dopo i colloqui con Machar, martedì 17 dicembre. “Il cessate il fuoco continuerà a reggere e nessuno di noi è disposto a tornare in guerra”, ha assicurato il presidente. Diversi analisti hanno accolto favorevolmente la notizia ma hanno avvertito che un nuovo eventuale rinvio potrebbe portare a una profonda crisi nel sistema politico sud sudanese. “La popolazione non è pienamente convinta che questa volta funzionerà”, ha riferito al quotidiano Al Jazeera Jok Madut Jok, co-fondatore del Sudd Institute, un think tank indipendente che si concentra soprattutto sul Sud Sudan. “Ma c’è ancora speranza. Le persone sono stanche della guerra e delle conseguenze della guerra, incluso il crollo dell’economia e lo sfollamento di quasi metà della popolazione”, ha aggiunto l’esperto.

I due schieramenti, quello governativo e quello ribelle, si accusano reciprocamente di non aver rispettato i capisaldi dell’accordo di pace, soprattutto per quanto riguarda la reintegrazione delle milizie e la definizione dei confini territoriali tra gli Stati regionali. Secondo quanto previsto dall’accordo, Machar dovrebbe ricoprire nuovamente il ruolo di vicepresidente. Ma la condizione fondamentale su cui l’opposizione insiste resta quella dei combattenti ribelli, che devono essere accolti nei campi militari, addestrati e impiegati nell’esercito nazionale. Tuttavia, la mancanza di fondi e di fiducia ha messo a repentaglio il rispetto della promessa e rischia di far svanire le speranze sulla creazione, inizialmente auspicata, di una forza unificata si 83.000 soldati. Per quanto riguarda poi la disputa territoriale le due fazioni sono in disaccordo sul numero di Stati regionali in cui debba essere diviso il Sud Sudan, su chi debba controllarli e sull’esatta delimitazione dei confini.

Gli sviluppi di martedì 17 dicembre giungono dopo che la pressione regionale e internazionale è decisamente aumentata. Lunedì 16 dicembre, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni su 2 alti funzionari sud sudanesi accusati di fomentare il conflitto interno. Le misure sanzionatorie congelano ogni bene americano posseduto dai 2 funzionari sud sudanesi e proibiscono ai cittadini e alle compagnie degli Stati Uniti di fare affari con loro. Il 26 novembre, gli Stati Uniti avevano già deciso di  rimpatriare temporaneamente il loro ambasciatore in Sud Sudan, descrivendo la mossa come una reazione ai fallimenti del governo sud sudanese nei negoziati di pace con l’opposizione. Gli Stati Uniti, che contribuiscono allo sviluppo del Paese africano con circa 1 miliardo di dollari all’anno in aiuti umanitari, sono delusi dalla mancanza di progressi nelle trattative per la formazione di un nuovo governo di unità nazionale. Anche il 14 novembre, gli USA avevano manifestato il loro disappunto affermando che avrebbero riesaminato le loro relazioni con le autorità di Juba.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, avendo ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. È uno dei Paesi maggiormente frammentati dell’Africa centrale e comprende più di 60 gruppi etnici che seguono diverse religioni locali. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli a Kiir, hanno avviato scontri con quelli di etnia nuer, guidati da Machar, e accusati di preparare un colpo di Stato. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, in seguito alla rivalità per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM). Tale conflitto ha prodotto quasi 4 milioni di sfollati, che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Per evitare di essere assassinato, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica.

Kiir e Machar avevano firmato un cessate il fuoco il 5 agosto scorso, concludendo anche un accordo per la condivisione del potere. Tuttavia, il 28 agosto, Machar e i capi di altri gruppi si erano rifiutati di firmare l’ultima parte dell’accordo, asserendo che le dispute sulla divisione del potere e sull’adozione di una nuova Costituzione non erano state gestite in modo efficiente.

I due leader erano poi tornati a negoziare la pace nel settembre 2018 sottoscrivendo, grazie alla pressione di potenze regionali e internazionali, il noto accordo. Da quel momento Machar, che vive a Khartoum, in Sudan, era tornato in patria solo una volta, nell’ottobre scorso, per celebrare la firma del patto. Secondo quanto previsto dall’accordo, Machar sarebbe destinato a ricoprire nuovamente il ruolo di vicepresidente. Un’altra disposizione fondamentale prevista dal trattato riguarda la reintegrazione dei ribelli nell’esercito, condizione anch’essa rimasta ancora inattuata.

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Chiara Gentili

di Redazione

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