Aggiornamenti sul caso Regeni: il giovane vittima di una “ragnatela”

Pubblicato il 18 dicembre 2019 alle 13:30 in Egitto Italia

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Continuano le indagini relative all’uccisione di Giulio Regeni. In occasione della sessione organizzata dalla commissione parlamentare d’inchiesta, sono stati ascoltati, il 17 dicembre, il procuratore di Roma, Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco.

Giulio Regeni, un dottorando di Cambridge che si trovava in Egitto per studiarne i sindacati, è stato rapito il 25 gennaio 2016 e il suo corpo è stato rinvenuto il 3 febbraio, vicino al Cairo. È stato rivelato che il ragazzo è stato torturato prima di essere ucciso. Da allora, sono in corso indagini per capire chi siano stati i responsabili del suo assassinio. Inizialmente, era stata incolpata una banda criminale locale specializzata in rapimenti di stranieri, i cui membri sono stati uccisi dalla polizia egiziana. In seguito, le forze di sicurezza locali hanno riferito di aver trattenuto Regeni il giorno della sparizione.

Secondo quanto emerso dalle audizioni del 17 dicembre, gli apparati di sicurezza egiziani hanno messo in atto quattro depistaggi. Questi, secondo quanto rivelato, hanno fatto seguito ad una tortura perpetrata in più fasi. In particolare, Colaiocco ha affermato che, stando all’autopsia eseguita in Italia, il giovane è stato vittima di torture tra il 25 e il 31 gennaio e le violenze fisiche hanno riguardato diverse parti del corpo, come riscontrato da fratture e ferite che sarebbero derivate da calci, pugni, bastoni e mazze.

Il pm Sergio Colaiocco ha poi parlato di una “ragnatela” tessuta, nei giorni precedenti la morte di Giulio Regeni, dai servizi di sicurezza nazionale egiziani, i quali hanno controllato e monitorato il giovane ricercatore prima del rapimento e dell’omicidio. In particolare, persone a lui vicine, tra cui il suo coinquilino avvocato, il sindacalista degli ambulanti e Noura Whaby, l’amica che lo aiutava nelle traduzioni, sarebbero state sfruttate dai medesimi servizi egiziani per fornire informazioni sul caso.

Inoltre, a detta di Colaiocco, gli apparati egiziani hanno creato dei falsi volti a depistare le indagini. Il primo consiste nell’autopsia svolta al Cairo, con cui è stato evidenziato che i traumi riportati potrebbero essere stati causati da un incidente stradale. Il fatto che il giovane sia stato fatto ritrovare nudo fa invece pensare ad un movente sessuale. Altro tentativo di depistaggio è poi da far risalire ad un racconto, successivamente verificatosi falso, di un ingegnere che, parlando alla televisione egiziana, ha riferito di aver visto Regeni litigare con uno straniero nei pressi del consolato italiano. Lo stesso ingegnere ha successivamente rivelato di aver ricevuto istruzioni da un ufficiale della Sicurezza nazionale, altresì membro della squadra investigativa italo-egiziana, che gli avrebbe suggerito di raccontare quella storia. Inoltre, è stato altresì accertato che il giovane italiano, nell’ora riferita, era in realtà a casa, guardando un film su internet. Il quarto depistaggio vede l’uccisione di cinque membri di una banda criminale, morti nel corso di uno scontro a fuoco e che, a detta degli inquirenti egiziani, sarebbero stati i responsabili dell’omicidio.

Tali depistaggi sarebbero stati elaborati per preservare l’immagine del Cairo. Prestipino ha aggiunto che la mancanza di accordi giudiziari bilaterali tra Egitto e Italia complica le azioni di coordinamento. Tuttavia, la Procura continuerà ad impegnarsi e a fare tutto il possibile per trovare prove e scoprire cosa è realmente accaduto.

Il Cairo ha sempre negato il coinvolgimento dei propri apparati di sicurezza nell’omicidio. Il caso è ritornato sotto i riflettori italiani dopo che il neo-procuratore generale egiziano, Hamada al-Sawi, ha invitato il suo omologo italiano a riprendere la cooperazione. L’invito, a detta delle fonti egiziane, è stato accolto in modo favorevole dall’Italia ma quest’ultima ha definito delle condizioni da rispettare.

Fino ad ora, nessuna delle due parti ha determinato degli imputati da portare davanti alla giustizia. Inoltre, ai sensi del diritto internazionale e secondo accordi congiunti, l’accusa italiana non ha il diritto di accusare unilateralmente alcun presunto responsabile o funzionario egiziano.  Il coordinamento tra l’Italia e l’Egitto è stato completamente sospeso dal dicembre 2018, quando una delegazione italiana di diplomatici giudiziari ha visitato il Cairo per comprendere a cosa avessero portato le richieste italiane circa i risultati delle indagini e i membri accusati.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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