USA: sanzioni contro 2 ministri del Sud Sudan

Pubblicato il 17 dicembre 2019 alle 13:09 in Sud Sudan USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni su 2 alti funzionari sud sudanesi accusati di fomentare il conflitto interno. Si tratta solo dell’ultima di una serie di mosse portate avanti dall’amministrazione del presidente americano Donald Trump per mettere pressione sulle autorità di Juba, accusate di non impegnarsi abbastanza nella formazione di un governo di unità che metta fine alle discordie politiche nel Paese. Le sanzioni, annunciate dal Dipartimento del Tesoro americano lunedì 16 dicembre, sono rivolte al ministro degli Affari di governo, Martin Elia Lomuro, e al ministro della Difesa e degli Affari dei Veterani, Kuol Manyang Juuk. Il loro inserimento nella lista nera degli Stati Uniti è dovuto al ruolo che hanno ricoperto nel perpetrare il conflitto interno e nell’ostruire il processo di pace. Il Tesoro ha accusato Lomuro di reclutare e preparare le milizie ad attaccare le forze di opposizione e Juuk di non essere riuscito a far ritirare i combattenti ribelli come promesso. Tutto ciò avrebbe intensificato le violenze tra gruppi rivali e avrebbe offerto campo libero ai combattenti per organizzare nuove offensive.

Le sanzioni congelano ogni bene americano posseduto dai 2 funzionari sud sudanesi e proibiscono ai cittadini e alle compagnie degli Stati Uniti di fare affari con loro. Il viceministro agli Affari Esteri del Sud Sudan, Deng Dau Deng, ha difeso i 2 ministri e ha affermato che se Washington vuole supportare il processo di pace deve ritirare i provvedimenti sanzionatori: “Queste non sono sanzioni contro individui ma sono sanzioni contro tutto il Paese”, ha dichiarato Dau Deng all’agenzia di stampa Reuters. Il vicesegretario al Tesoro degli Stati Uniti, Justin Muzinich, d’altro canto, ha replicato che i 2 funzionari sud sudanesi sono stati giustamente sanzionati “per il loro ruolo nell’aver inibito il processo di unificazione politica, nell’aver espanso il conflitto e nell’aver approfittato dell’economia di guerra del Sud Sudan”. Anche il Segretario di Stato Mike Pompeo aveva già minacciato, la scorsa settimana, di essere pronto a introdurre restrizioni di viaggio e sanzioni per chiunque mettesse a repentaglio la formazione di un governo di unità in Sud Sudan: “Gli Stati Uniti sono pronti a imporre tutte le misure necessarie contro chiunque provi ad allargare il conflitto e a far deragliare gli sforzi di pace nel Paese africano”.

Il 26 novembre, gli Stati Uniti avevano già deciso di  rimpatriare temporaneamente il loro ambasciatore in Sud Sudan, descrivendo la mossa come una reazione ai fallimenti del governo sud sudanese nei negoziati di pace con l’opposizione. Gli Stati Uniti, che contribuiscono allo sviluppo del Paese africano con circa 1 miliardo di dollari all’anno in aiuti umanitari, sono delusi dalla mancanza di progressi nelle trattative per la formazione di un nuovo governo di unità nazionale. Anche il 14 novembre, gli USA avevano manifestato il loro disappunto affermando che avrebbero riesaminato le loro relazioni con le autorità di Juba. Il governo sud sudanese sta faticando a creare un esecutivo di coalizione con il principale leader dell’opposizione, Riek Machar, e il fragile accordo di pace stipulato tra quest’ultimo e il presidente Salva Kiir non sembra destinato ad avere successo nel breve periodo. Dopo aver già mancato la scadenza del 12 novembre, i due leader hanno deciso di posticipare di altri 100 giorni la formazione del nuovo governo. La ragione del ritardo riguarda la necessità di risolvere alcune questioni fondamentali di governance e sicurezza.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, avendo ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. È uno dei Paesi maggiormente frammentati dell’Africa centrale e comprende più di 60 gruppi etnici che seguono diverse religioni locali. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli a Kiir, hanno avviato scontri con quelli di etnia nuer, guidati da Machar, e accusati di preparare un colpo di Stato. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, in seguito alla rivalità per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM). Tale conflitto ha prodotto quasi 4 milioni di sfollati, che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Per evitare di essere assassinato, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica.

Kiir e Machar avevano firmato un cessate il fuoco il 5 agosto scorso, concludendo anche un accordo per la condivisione del potere. Tuttavia, il 28 agosto, Machar e i capi di altri gruppi si erano rifiutati di firmare l’ultima parte dell’accordo, asserendo che le dispute sulla divisione del potere e sull’adozione di una nuova Costituzione non erano state gestite in modo efficiente.

I due leader erano poi tornati a negoziare la pace nel settembre 2018 sottoscrivendo, grazie alla pressione di potenze regionali e internazionali, il noto accordo. Da quel momento Machar, che vive a Khartoum, in Sudan, era tornato in patria solo una volta, nell’ottobre scorso, per celebrare la firma del patto. Secondo quanto previsto dall’accordo, Machar sarebbe destinato a ricoprire nuovamente il ruolo di vicepresidente. Un’altra disposizione fondamentale prevista dal trattato riguarda la reintegrazione dei ribelli nell’esercito, condizione anch’essa rimasta ancora inattuata.

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Chiara Gentili

di Redazione

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