La Libia e il declino dell’Italia nel Mediterraneo

Pubblicato il 16 dicembre 2019 alle 8:39 in Il commento Libia

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L’Italia ha un gran lavoro da fare per recuperare le posizioni perse nel Mediterraneo. Negli ultimi vent’anni, il suo declino in quest’area è stato continuo. Occorre infatti sapere che ogni Stato, al fine di preservare il proprio vigore in un ambiente altamente competitivo, deve seguire alcune regole auree. Stiamo parlando delle regole da “manuale”, la cui mancata conoscenza rappresenta una forma di impotenza. La prima regola da manuale è che ogni Stato deve ambire a diventare “egemone regionale”. Quest’espressione sta a significare che ogni Stato dovrebbe sforzarsi di dominare la regione in cui è collocato, avanzando a spese degli altri. Ovviamente, soprattutto in Europa, l’egemonia regionale è un “concetto limite” ovvero una sorta di stella polare in base alla quale orientare le proprie mosse nell’arena internazionale. Esiste un solo Stato, in tutto il mondo, che abbia raggiunto l’egemonia regionale. Tale primato spetta agli Stati Uniti, che esercitano il dominio sull’emisfero occidentale. Né la Cina, né la Russia, sono egemoni regionali. Figuriamoci se l’Italia possa diventarlo nel Mediterraneo: è escluso. Il problema è che l’Italia, anziché avanzare lentamente e progressivamente, sta arretrando continuamente e rapidamente. Per motivi di sintesi, ci limiteremo a citare soltanto il caso della Libia.

Questo Paese martoriato è diviso in due governi. Il primo, appoggiato da Francia, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ha la propria capitale a Tobruk, mentre il secondo, a lungo appoggiato soltanto dall’Italia, si trova a Tripoli, cinta d’assedio dalle forze del governo di Tobruk guidate dal generale Haftar. Il che significa che l’Italia appoggia un governo che sta per essere abbattuto. Anzi, per essere più precisi, che sarebbe stato già abbattuto, se la Turchia non fosse intervenuta a sostenerlo. Lo scontro è in corso e diventa ogni giorno più drammatico. Una drammaticità che mette in evidenza  l’arretramento dell’Italia nel Mediterraneo. Quando il governo di Tripoli s’insediò, il 30 marzo 2016, sotto l’egida dell’Onu, all’Italia fu dato il compito di sostenerlo per volontà di Obama, il quale, a differenza di Trump, favoriva l’Italia di Renzi (e quindi la pace) e non l’Egitto di al Sisi (e quindi la guerra). Per una serie di concause, la situazione è completamente sfuggita di mano al governo Conte, che non controlla più niente, sin dai tempi in cui Salvini era ministro dell’Interno. L’assedio di Haftar è infatti iniziato il 4 aprile 2019, quando il capo della Lega siedeva ancora al Viminale. Siccome l’Italia, a causa della struttura delle relazioni internazionali, non può intervenire nella guerra, il risultato finale dipenderà da Erdogan. Il governo di Tripoli ha chiesto aiuto alla Turchia, in modo legittimo. Il generale Haftar e i suoi sostenitori protestano, ma il diritto internazionale prevede che un governo sotto assedio possa chiedere aiuto a un governo straniero. È ciò che Bassar al Assad ha fatto in Siria nel settembre 2015, quando ha chiesto aiuto all’Iran e alla Russia per respingere l’assalto dei ribelli filo-americani impegnati a rovesciarlo. È quanto fece il Kuwait nel 1990, quando chiese aiuto agli Stati Uniti per respingere l’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein.

Chiarito che l’Italia, giunti a questo punto, non può fare praticamente niente, eccetto le conferenze internazionali, che ormai non servono più a niente, è necessario che il governo Conte si opponga alle richieste di designare la Fratellanza Musulmana come organizzazione terroristica. Richieste provenienti da Egitto, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, alle quali Trump stava per cedere, fermato all’ultimo istante dai propri consiglieri giacché nessuna corte americana approverebbe una simile designazione per mancanza di prove. Lo stesso Erdogan fa parte della Fratellanza Musulmana, un’organizzazione presente, anche se a volte con denominazioni diverse, in molti Paesi con cui l’Italia ha un interesse ad avere buoni rapporti. Tra questi, la Tunisia, dove il partito Ennahda, appartenente alla variegata famiglia della Fratellanza Musulmana, ha un ruolo fondamentale. Oggi l’etichetta “terrorista” viene spesso utilizzata in modo strumentale per eliminare gli oppositori politici. In alcuni casi, potrà forse andar bene. Non va mai bene, se danneggia gli interessi dell’Italia nel Mediterraneo. 

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Quest’articolo è apparso sulla prima pagina del Messaggero, riprodotto per gentile concessione del Direttore.

di Alessandro Orsini

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