Ex presidente del Sudan condannato per corruzione

Pubblicato il 14 dicembre 2019 alle 13:02 in Africa Sudan

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L’ex presidente del Sudan, Omar al-Bashir, è stato condannato a 2 anni di detenzione  per irregolarità finanziarie e corruzione, nel primo dei numerosi processi che l’uomo è chiamato ad affrontare.

Al-Bashir era accusato di corruzione e possesso illegale di valuta estera. Il verdetto è stato reso pubblico il 14 dicembre e riguarda il ritrovamento nella sua casa di valigie piene di valute estere, per un valore di oltre 130 milioni di dollari. L’ex presidente aveva ammesso di aver ricevuto 25 milioni dal principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman (MBS), ma non ha saputo spiegare la provenienza del resto del denaro. Tuttavia, al-Bashir si era dichiarato non colpevole rispetto a tutte le accuse.

Una reporter del quotidiano Al-Jazeera, che riferisce dalla capitale del Paese, Khartum, ha dichiarato: “Queste non sono le uniche accuse”. “Solo pochi giorni fa è stato indagato e interrogato per il suo ruolo nel colpo di Stato del 1989 che lo ha portato al potere e che ha cacciato un governo eletto democraticamente”. Attualmente, al-Bashir è detenuto nella prigione di Kobar, dove molti dei suoi avversari politici erano stati imprigionati. Secondo i suoi avvocati, l’ex presidente sudanese è stato convocato, la prossima settimana, per rispondere anche della morte dei manifestanti durante le proteste contro il suo governo. L’uomo è anche atteso dall’International Criminal Court (ICC) dell’Aia per un giudizio per crimini contro l’umanità, crimini di guerra e il genocidio nella regione del Darfur in Sudan. Non è ancora chiaro se verrà consegnato o meno alla Corte.

Le proteste che hanno portato al rovesciamento di al-Bashir, in Sudan, erano iniziate il 19 dicembre 2018 e la sua deposizione è stata ufficializzata l’11 aprile 2019.  Il leader sudanese è stato rimosso, dopo 30 anni al potere, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo il generale Abdel Fattah al-Burhan. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile.

Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti ed è stato ideato nel contesto dei colloqui tra civili e militari. Un accordo tra le due parti è stato firmato il 17 luglio.

Il nuovo governo di transizione, nato il 7 settembre dall’ accordo di condivisione dei poteri tra la fazione civile e quella militare del Sudan, ha espresso tutto il suo impegno nel cercare di risolvere le dispute che interessano soprattutto le zone del Darfur, del Nilo Blu e del Kordofan meridionale. Hamdok ha ribadito anche in prima persona quest’intenzione e ha sottolineato che una ridotta spesa militare, favorita dal ripristino della pace, potrebbe altresì stabilizzare l’economia del Paese, attualmente in sofferenza.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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