Etiopia: polizia federale nelle università per fermare la violenza etnica

Pubblicato il 12 dicembre 2019 alle 15:19 in Africa Etiopia

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La polizia federale etiope è stata dispiegata in diversi punti del Paese, in particolare presso le università, al fine di contenere le tensioni etniche che nei 3 mesi passati hanno portato alla morte di 7 studenti. “Abbiamo deciso di schierare la polizia federale in tutte le 45 università pubbliche del Paese perché la situazione della sicurezza non poteva essere gestita dagli addetti dei campus, alcuni dei quali sono tra l’altro stati implicati in violenti scontri”, ha riferito il portavoce del Ministero della Scienza e dell’Istruzione superiore Dechassa Gurmu, mercoledì 11 dicembre. Sono 5 le guardie di sicurezza delle università etiopi che martedì sono state arrestate per aver partecipato a dissidi con gli studenti. Dechassa, tuttavia, non ha specificato quanti agenti saranno distribuiti sul territorio e per quanto tempo.

Lo scorso anno, secondo quanto riferito dal gruppo di monitoraggio delle Nazioni Unite, la violenza etnica ha ucciso centinaia di persone e costretto più di 2 milioni di persone ad abbandonare le proprie case e trasferirsi altrove. Nel mese di ottobre 2019, le tensioni etniche si sono riaccese e 86 manifestanti hanno perso la vita mentre circa 409 sono stati incarcerati. La violenza ha caratterizzato soprattutto le regioni di Oromia e Harari, dove le proteste hanno assunto un carattere etnico e religioso e le forze dell’ordine, con le loro repressioni, sono state responsabili di un clima di paura e disperazione, che ha peggiorato ancora di più la situazione.

La causa scatenante dell’ondata di proteste è stata l’accusa rivolta contro un famoso attivista etiope, Jawar Mohammed, che avrebbe provato a organizzare un attacco contro il premier, Abiy Ahmed, vincitore del premio Nobel per la pace. Non da ultimo, le forze di polizia sono state accusate di voler togliere il servizio di scorta a Jawar, così da indebolirlo contro un possibile attacco da parte di oppositori. Accuse, queste, negate dalla polizia. “Abbasso Abiy” e “Stiamo con Jawar, Jawar è il nostro eroe” sono stati alcuni degli slogan più comuni tra i manifestanti.

Jawar, imprenditore nel settore delle comunicazioni e appartenente al gruppo etnico degli Oromo, è un eroe e un punto di riferimento per diversi suoi connazionali che si ribellano al governo del primo ministro Abiy e contestano la sua vittoria al Nobel per la Pace. Jawar, considerato il leader delle proteste anti-Abiy, era stato interrogato dalla polizia nella sua abitazione, martedì 22 ottobre. Centinaia di suoi sostenitori sono accorsi per mostrargli il loro appoggio e da lì pesanti proteste sono divampate in varie parti del Paese, con le forze di sicurezza che hanno lanciato gas lacrimogeni e colpi di arma da fuoco per disperdere i manifestanti. 

Abiy, salito al potere nel 2018, è stato criticato per la risposta data dal suo governo alla violenza che ha sconvolto il Paese negli ultimi mesi. A tal proposito, a inizio novembre, la portavoce del premier, Seyoum Billene lo aveva difeso, respingendo le critiche e definendole deboli. A suo dire, si è trattato di una violenza perpetrata da individui che si oppongono all’agenda di riforme del primo ministro, il quale è stato altresì promotore della liberazione dei prigionieri politici e della creazione di un ambiente politico più inclusivo.

La violenza etnica è stata un problema ricorrente sotto Abiy, facendo sì che l’Etiopia registrasse più sfollati rispetto a qualsiasi altro Paese nel 2018. Allo stesso tempo, le manifestazioni rappresentano una dura sfida per il primo ministro etiope: se si arrendesse, potrebbe incoraggiare Jawar e gli altri agitatori regionali ma se cominciasse a reprimere le proteste e a utilizzare la violenza, offuscherebbe la sua reputazione da premier riformatore. Gli eventi dimostrano inoltre la forte instabilità che caratterizza l’Etiopia, nonostante le riforme sociali, economiche e in materia di sicurezza messe in atto durante il mandato di Abiy. Queste hanno portato sia a una svolta nella politica interna ed estera del Paese, il più popoloso dell’Africa dopo la Nigeria, sia a un nuovo equilibrio diplomatico nel Corno d’Africa.

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Chiara Gentili

di Redazione

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