Portogallo: la sfida della regionalizzazione

Pubblicato il 11 dicembre 2019 alle 6:30 in Europa Portogallo

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

La regionalizzazione del Portogallo è contemplata dalla Costituzione del 1976, ma che non è mai stata attuata, una volta a causa del fallimento del referendum volto ad attuarla (1998) e poi a causa del disinteresse di popolazione e politici. Ora i quattro principali partiti del paese (Partito socialista, Partito socialdemocratico, Bloque de Esquerda e Partito comunista) intendono arrivare alla piena regionalizzazione del paese in questa legislatura, ma secondo percorsi diversi. Il governo socialista teme un altro referendum, soprattutto perché il presidente del paese, Marcelo Rebelo de Sousa,  molto popolare, è contrario.

Tra i dubbi di alcuni partiti (Socialisti e socialdemocratici soprattutto) e i sospetti del presidente, il Partito Comunista (PCP) è stato il più chiaro nel lanciare la sua proposta di regionalizzazione attraverso un nuovo referendum che si dovrebbe tenere tra aprile e giugno 2021. Fino ad allora le assemblee locali decideranno quante dovrebbero essere le regioni del paese: se le attuali cinque Commissioni regionali di coordinamento e sviluppo (CCDR), o le otto – senza contare le comunità autonome di Madeira e delle Azzorre – previste dalla consultazione del 1998, un’iniziativa dell’allora primo ministro socialista António Guterres.

Alla consultazione vent’anni prese parte meno del 50% degli aventi diritto, il minimo richiesto per la validità della consultazione; e tra gli elettori solo il 35% votò a favore. Il programma elettorale dei quattro principali partiti includeva l’impegno di intraprendere la regionalizzazione nella legislatura appena iniziata.

Come il PCP, anche il Centro Democratico-Sociale (CDS), formazione di centro-destra, richiede una consultazione popolare, ma per motivi opposti: vuole evitare una “regionalizzazione di nascosto”, secondo la definizione di Cecilia Meireles, portavoce del CDS, contraria alla regionalizzazione.

Il piano del governo socialista di António Costa è di formare le regioni indirettamente, attraverso il voto dei sindaci (i comuni, soprattutto i più ricchi, premono per avere più poteri). “Le Commissioni di coordinamento cessano di essere organi di amministrazione decentralizzata dello Stato e diventano organi con una legittimità di base regionale, sebbene mitigati” – spiega Fernando Medina, sindaco socialista di Lisbona. Per ora, tuttavia né il progetto PCP né il progetto socialista sono stati spiegati per quanto riguarda i futuri poteri regionali e la loro autonomia legislativa e finanziaria.

Nonostante il dominio elettorale del PS e il fatto che anche PCP, Socialdemocratici e Bloco de Esquerda vogliono anche la regionalizzazione, tutti temono il referendum, in primo luogo perché è richiesto un quorum del 50% in un paese in cui l’astensione è storicamente alta (alle ultime elezioni politiche ha votato il 49% del censo e alle europee  appena il 30%) e in secondo luogo, a causa della posizione sfavorevole del Presidente. 

“Il ruolo del presidente in questo processo è definito nella Costituzione e nei poteri che quest’ultimo attribuisce e limita” – afferma il portavoce del PCP João Oliveira, ma la popolarità di Rebelo de Sousa preoccupa i sostenitori della regionalizzazione.

Nel 1998, il Partito socialdemocratico (PSD, di centro-destra) si è opposto alla regionalizzazione. Il presidente del partito all’epoca era lo stesso Rebelo de Sousa. Il sindaco di Porto, l’indipendente Rui Moreira, chiede alle parti di non nascondersi dietro la “legittima e ben nota opposizione del presidente”.

Come prima autorità del paese, il presidente Rebelo de Sousa non si esprime apertamente né a favore né contro l’iniziativa, ma dà consigli: “Chiunque desideri la regionalizzazione non dovrebbe correre, perché la fretta potrebbe essere un grande ostacolo” – ha affermato di recente invitando a “non mettere il carro davanti ai buoi”. Con una popolarità del 70% tra i portoghesi, se Marcelo, com’è conosciuto il capo dello stato, strizzasse l’occhio a una parte o all’altra potrebbe decidere il risultato di un referendum.

“C’è vita dopo il 2021”, afferma il sindaco di Lisbona, Medina, riferendosi alle elezioni presidenziali di quell’anno, dopo le quali Rebelo de Sousa potrebbe non rimanere in carica, cosa che oggi è, tuttavia, difficile da immaginare.

La corsa dei quattro maggiori partiti politici si scontra non solo con il Presidente, ma anche e soprattutto con il disinteresse dei cittadini. La regionalizzazione non è una preoccupazione nazionale. I suoi detrattori temono un maggiore squilibrio tra le aree ricche e povere del paese (l’83% del PIL è concentrato sulla costa) e, soprattutto, guardano alla Spagna come esempio da evitare. Nel paese vicino l’autonomia ha portato a una moltiplicazione di cariche pubbliche, parlamenti, deputati e governi autonomi.

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Italo Cosentino, interprete di spagnolo e portoghese

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.