Libia, ONU: gruppi armati del Ciad e del Sudan coinvolti nel conflitto

Pubblicato il 11 dicembre 2019 alle 18:14 in Ciad Libia Sudan

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Una pluralità di gruppi armati provenienti dal Sudan e dal Ciad è coinvolta nel conflitto in Libia. È quanto si legge nel rapporto delle Nazioni Unite, pubblicato martedì 10 dicembre, in cui vengono nominate 4 organizzazioni ciadiane e 5 sudanesi che, con diverse migliaia di combattenti, hanno contribuito ad alimentare la guerra libica. Non si fa menzione invece dei mercenari russi, che più volte sono stati citati dai media internazionali e dallo stesso inviato speciale dell’Onu nel paese nordafricano, Ghassan Salamè. La Russia ha sempre negato che le sue imprese militari private stessero supportando l’esercito del comandante Khalifa Haftar, in guerra per il controllo della capitale, Tripoli. Nonostante nel rapporto delle Nazioni Unite non vengano menzionati, nelle parole di un diplomatico anonimo intervistato da Al Jazeera, “è un dato di fatto che ci sia un gran numero di mercenari russi che combatte in Libia”. “La ragione per cui la Russia non è stata inserita nel documento è che le sue attività sono iniziate per gran parte dalla data limite per la compilazione del rapporto”, ha affermato il diplomatico che ha poi aggiunto: “Ciononostante, siamo consapevoli che il panel sta raccogliendo prove dell’entità dell’attività russa e aggiornerà il comitato nei prossimi mesi”.

Un riassunto del rapporto, visualizzato dall’agenzia di stampa Agence France Presse, ha rivelato che la Giordania e gli Emirati Arabi Uniti supportano regolarmente le truppe di Haftar, mentre la Turchia fornisce il suo appoggio militare al Governo di Accordo nazionale di Tripoli, presieduto da Fayez al-Serraj, infrangendo esplicitamente l’embargo delle Nazioni Unite sulle armi imposto alla Libia. Martedì 10 dicembre, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che il suo Paese è pronto a inviare truppe in Libia a sostegno del GNA se Tripoli lo chiedesse. Il rapporto delle Nazioni Unite ha inoltre osservato che ci sarebbero materiali militari realizzati dagli Stati Uniti, dalla Russia e dalla Cina in uso nel conflitto, ma questi non sembrano essere stati forniti direttamente da nessuno dei 3 Paesi. “Entrambe le parti in conflitto hanno ricevuto armi ed equipaggiamento militare, supporto tecnico e combattenti non libici senza il minimo rispetto delle misure sanzionatorie relative alle armi”, si afferma nel rapporto.

Gli investigatori dell’ONU hanno riferito, nelle 376 pagine di rapporto appena pubblicato, che le operazioni antiterrorismo contro lo Stato Islamico e contro Al Qaeda, insieme alle offensive di Haftar e del governo di Tripoli, stanno indebolendo i gruppi e riducendo le loro capacità di condurre operazioni in Libia. Tuttavia, il 5 dicembre, l’organizzazione terroristica dello Stato Islamico ha trasmesso e diffuso un video in cui vengono mostrati gli omicidi ed i massacri perpetrati contro cittadini libici. Il video, della durata di 31 minuti, è stato trasmesso dall’agenzia affiliata Amaq. Il titolo che lo accompagna è: “Cacciateli da dove vi hanno cacciato”. Tra le vittime filmate vi sono altresì funzionari governativi, precedentemente catturati dal gruppo terroristico nel corso delle proprie operazioni, anch’essi vittime delle esecuzioni di massa compiute, in particolare, nell’area di al-Fuqaha, nel Sud della Libia. Una parte del filmato mostra gruppi di prigionieri in un’area desertica, ammanettati, mentre i terroristi sparano loro alla testa. In un’altra sezione, invece, vengono compiute operazioni brutali contro un altro gruppo di cittadini. Alcune famiglie delle vittime hanno appreso della morte dei propri cari solo dopo la trasmissione del video. Alcuni parenti hanno rivelato che si trattava di persone detenute da più di un anno e di cui non avevano ricevuto più notizie.  

Nel frattempo, si resta in attesa della cosiddetta conferenza di pace di Berlino, un incontro a livello internazionale promosso dalla Germania, e che probabilmente avrà luogo ad inizio 2020. Con tale meeting, a cui parteciperanno i membri del Consiglio di Sicurezza, oltre a Turchia, Italia, UAE, Egitto ed altri, si mira ad invitare gli attori esterni a non interferire nel conflitto libico e ad istituire un ente internazionale permanente che monitorerà l’attuazione degli accordi stabiliti, incluso l’embargo sulle armi.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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