La Birmania si difende sui crimini contro i Rohingya: “Quadro incompleto e fuorviante”

Pubblicato il 11 dicembre 2019 alle 12:58 in Asia Myanmar

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

La vincitrice del Premio Nobel per la pace e ministro degli Esteri, Aung San Suu Kyi, ha difeso il Myanmar rispetto alle accuse di genocidio ai danni della minoranza Rohingya di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), mercoledì 11 dicembre. 

Il 10 dicembre, il ministro della Giustizia del Gambia, lo Stato che ha portato il caso di fronte alla Corte, ha chiesto alla comunità internazionale di agire per fermare il genocidio dei Rohingya in Myanmar, all’apertura del processo sugli abusi subiti dalla minoranza asiatica. L’11 dicembre è il turno delle autorità birmane di rispondere alle accuse. “Il Gambia ha riportato un quadro incompleto e fuorviante della situazione nello stato di Rakhine”, ha affermato Aung San Suu Kyi, aggiungendo che non c’è mai stato alcun “intento genocida” da parte delle autorità birmane. “Può esserci un intento genocida da parte dello Stato che indaga attivamente, persegue e punisce i soldati e gli ufficiali, che sono accusati di illeciti? Sebbene l’attenzione qui sia rivolta ai membri dell’esercito, posso assicurarvi che verranno prese le misure appropriate anche contro i criminali civili”, ha affermato la rappresentante del Myanmar. Aung San Suu Kyi ha poi aggiunto che la situazione nello stato di Rakhine era “complessa” e ha, tuttavia, riconosciuto la “sofferenza” vissuta della minoranza a prevalenza musulmana dei Rohingya. L’esercito del Myanmar potrebbe aver usato una “forza sproporzionata”, ma ciò non dimostra che si stava cercando di eliminare l’etnia, secondo la donna. 

Suu Kyi ha ripetutamente definito la sanguinosa repressione del 2017 come un “conflitto interno”, sostenendo che l’esercito stava rispondendo agli attacchi dei militanti Rohingya e dei gruppi armati locali, come l’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA). “Stiamo assistendo a un momento scioccante della storia: Suu Kyi nega e respinge le credibili prove del genocidio dei Rohingya da parte del Myanmar”, ha dichairato l’accademico birmano, Maung Zarni. “Come birmano mi vergogno e sono indignato allo stesso tempo per ciò che sto sentendo: bugie e inganni”, ha aggiunto. Le audizioni per il caso di genocidio all’Aia dureranno tre giorni. Il Gambia, un piccolo Stato principalmente musulmano dell’Africa occidentale, ha avviato la causa accusando il Paese asiatico di genocidio, dopo aver ottenuto il sostegno dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC), formata da 57 Nazioni e di alcuni Paesi occidentali, come Paesi Bassi e Canada. Il Myanmar aveva risposto alle accuse affermando che questi sforzi internazionali violano la sua sovranità e sosteneva che indagini interne su tali eventi erano in corso. Tuttavia, i provvedimenti presi fino ad ora sono assolutamente scarsi. L’esercito del Myanmar aveva avviato un processo di fronte alla corte marziale per alcuni soldati, il 26 novembre, nel quadro di un’indagine sulla repressione ai danni dei Rohingya. La decisione di lanciare tale investigazione era arrivata mentre il Paese si stava preparando ad affrontare le accuse di genocidio di fronte al tribunale internazionale dell’Aia. 

Nel processo interno, alcuni soldati, polizia e abitanti dei villaggi buddisti sono accusati di aver raso al suolo centinaia di villaggi nel remoto stato occidentale di Rakhine, torturando la popolazione di Rohingya, costretta alla fuga. Si ipotizzano casi di mancato rispetto degli ordini e delle catene di comando militari. Un portavoce del governo birmano, Zaw Min Tun, ha riferito che soldati e ufficiali di un reggimento che era stato inviato nel villaggio di Gu Dar Pyin, sede di un presunto massacro di Rohingya, erano “deboli nel seguire le regole di ingaggio”. In una dichiarazione pubblicata sul sito web ufficiale, l’esercito ha affermato che i soldati convocati in tribunale erano coinvolti in una serie di “incidenti” a Gu Dar Pyin. In tale villaggio sono state ritrovate almeno 5 fosse comuni, ma il Myanmar aveva negato qualsiasi accusa a tale riguardo. 

I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddhista e dell’esercito. Tali violenze sono cresciute nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione mediatica internazionale. In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti della minoranza, si è verificata una risposta da parte dello Stato che ha portato all’esodo di circa 700.000 Rohingya verso il Bangladesh. L’ONU aveva pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico erano accusati di genocidio nei confronti della minoranza. Alla voce delle Nazioni Unite si erano unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che avevano definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo. 

Alla funzionaria dell’Onu, Yanghee Lee, è stato impedito di entrare in Myanmar dal 2017, a causa delle sue critiche riguardanti il trattamento riservato ai Rohingya da parte delle autorità birmane. Secondo la Lee, il governo guidato dal premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, è stato una “grande delusione”. Da quando Suu Kyi è salita al potere nel 2015, almeno 44 giornalisti erano stati arrestati, secondo Athan, un gruppo che sostiene la libertà di espressione e che ha base a Yangon, una delle più grandi città antiche del Myanmar . Il numero comprende 2 reporter dell’agenzia di stampa Reuters, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, condannati a 7 anni di carcere dopo aver coperto la notizia riguardante il massacro di 10 Rohingya per mano delle forze armate governative. La strada intrapresa dal Paese asiatico è stata definita “allarmate” dalle associazioni per la tutela dei diritti umani. 

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Maria Grazia Rutigliano 

 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.