Emirati, Giordania e Turchia i principali esportatori di armi in Libia

Pubblicato il 11 dicembre 2019 alle 9:52 in Libia Medio Oriente

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Secondo quanto rivelato da un rapporto delle Nazioni Unite, gli Emirati Arabi Uniti (UAE), la Giordania e la Turchia sono tra i principali Paesi che esportano armi in Libia, violando sistematicamente l’embargo precedentemente imposto.

La notizia è stata rivelata dapprima dal quotidiano inglese The Guardian, il 9 dicembre, sulla base di un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato nello stesso giorno da un gruppo di esperti. I tre Paesi sono stati accusati di aver fornito armi regolarmente e talvolta apertamente, senza grandi sforzi per mascherare la violazione commessa. Dal canto suo, l’Onu è stata accusata di aver supervisionato una “nuova era delle impunità” ma, allo stesso tempo, il rapporto evidenzia come l’organizzazione internazionale possa essere in grado di attuare le sue decisioni.

Secondo quanto evidenziato nel rapporto, da un lato, gli UAE, la Giordania e l’Egitto offrono sostegno bellico alle truppe dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidate dal generale Khalifa Haftar, alle prese con un’offensiva volta a prendere il controllo della capitale Tripoli, intrapresa il 4 aprile scorso. Dall’altro lato, la Turchia fornisce armi al governo tripolino, altresì noto come governo di Accordo Nazionale, riconosciuto a livello internazionale.

Il rapporto ha poi parlato dell’attacco aereo perpetrato il 2 luglio scorso contro un centro di detenzione per migranti a Tajoura, che ha provocato la morte di circa 54 migranti, di cui 6 bambini. In tal caso, non è stato accusato nessun Paese specifico, ma l’Onu ha evidenziato che sono state impiegate armi che solo un Paese straniero poteva possedere.

L’inviato speciale dell’Onu in Libia, Ghassan Salamé, ha precedentemente espresso la propria preoccupazione circa l’ingerenza, sia diplomatica sia militare, delle potenze estere in Libia. Secondo quanto riferito in occasione degli incontri svoltisi a Roma, MED – Mediterranean Dialogues 2019, dal 5 al 7 dicembre, l’inviato ha messo in luce come la presenza di membri esterni al conflitto in Libia possa rappresentare uno dei maggiori ostacoli attuali al processo di pace. Non da ultimo, le divisioni interne al Consiglio di Sicurezza dell’Onu hanno reso impossibile la proclamazione di un cessate il fuoco nel Paese, discusso per 15 volte. A tal proposito, Salamé ha evidenziato che l’embargo sulle armi è stato violato almeno 45 volte dal 4 aprile.

Il 15 giugno 2018, il Consiglio di Sicurezza aveva approvato la Risoluzione 2420, con cui le Risoluzioni 2292, del 2016, e 2357, del 2017, riguardanti la rigorosa applicazione dell’embargo sulle armi, sarebbero state prolungate per ulteriori 12 mesi. Successivamente, il 10 giugno scorso, il Consiglio ha adottato all’unanimità una risoluzione che estende l’embargo sulle armi in Libia per un altro anno. Con questa decisione, l’Onu ha altresì autorizzato gli Stati membri e le organizzazioni regionali ad ispezionare le navi in mare aperto, sia destinate sia provenienti dalla Libia, nel caso in cui vi siano motivi ragionevoli per pensare che stiano trasportando armi, violando le sanzioni internazionali imposte sul Paese.

Secondo quanto specificato dal The Guardian, la portata delle violazioni commesse e le prove correlate, porranno un ulteriore dilemma per le Nazioni Unite. Alla luce del rapporto, gli Stati membri sembrano rimanere impuniti di fronte alle irregolarità commesse ma si spera che la pubblicità dannosa ricevuta li obblighi a desistere.

Nel frattempo, si resta in attesa della cosiddetta conferenza di pace di Berlino, un incontro a livello internazionale promosso dalla Germania, e che probabilmente avrà luogo ad inizio 2020. Con tale meeting, a cui parteciperanno i membri del Consiglio di Sicurezza, oltre a Turchia, Italia, UAE, Egitto ed altri, si mira ad invitare gli attori esterni a non interferire nel conflitto libico e ad istituire un ente internazionale permanente che monitorerà l’attuazione degli accordi stabiliti, incluso l’embargo sulle armi.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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