Amnesty International: Boko Haram in Camerun è ancora una minaccia

Pubblicato il 11 dicembre 2019 alle 18:57 in Africa Camerun

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I militanti di Boko Haram hanno ucciso almeno 275 persone quest’anno nella regione settentrionale del Camerun, che il governo, a inizio gennaio, aveva garantito di aver liberato dalla minaccia jihadista. È quanto ha reso noto, mercoledì 11 dicembre, l’organizzazione per la difesa dei diritti umani Amnesty International. Più dell’80% delle vittime, tra gennaio e novembre 2019, sono civili. I dati sono stati rilasciati dall’ONG in un rapporto pubblicato oggi dopo una missione di circa 2 settimane nell’aerea. “Gli abitanti del Nord del Camerun vivono nel terrore”, ha dichiarato la direttrice di Azione Regionale di Amnesty International per l’Africa centrale e occidentale. “Molti di loro hanno già assistito agli attacchi di Boko Haram e hanno perso familiari o amici”, ha detto. “Le persone non si chiedono più se ci saranno ulteriori attacchi, ma quando avverranno. Si sentono completamente abbandonati dalle autorità”, ha aggiunto.

La campagna terroristica di Boko Haram è iniziata nel Nord-Est della Nigeria ma in breve tempo si è espansa anche in Camerun, nonché in Niger e nel Ciad. Negli ultimi anni alcuni militanti del gruppo hanno giurato fedeltà all’Isis, creando una nuova minaccia nella regione. Amnesty International sostiene che le attività terroristiche nel Nord del Camerun persistono e si svolgono con una certa continuità nonostante a gennaio il presidente Paul Biya avesse definito l’organizzazione di Boko Haram una “minaccia residuale”. Le autorità di Yaounde non hanno ancora rilasciato alcun commento sul rapporto. Tuttavia, in passato, i rapporti delle organizzazioni umanitarie sono stati ampiamenti criticati dai vertici governativi. Amnesty International ha riferito di aver intervistato diverse donne nel Nord del Paese, rapite dai militanti del gruppo e successivamente rilasciate o fuggite. Hanno raccontato di essere state costrette a convertirsi all’Islam altrimenti avrebbero rischiato la morte. “Venne detto loro che i villaggi avrebbero vissuto in pace e che sarebbero state in grado di tornare a casa ad accudire i propri figli se tutti gli abitanti avessero fatto lo stesso”, ha detto Amnesty, citando due donne che erano riuscite a scappare a luglio.

Da quando ha avviato le proprie offensive, nel 2009, l’organizzazione ha ucciso più di 30.000 persone e ha costretto circa 2,6 milioni di cittadini ad abbandonare le proprie case. La rivolta, cominciata nel Nord-Est della Nigeria, si è allargata fino a coinvolgere attualmente anche il Camerun, il Niger e il Ciad e causando una grave crisi umanitaria in tutta la regione. Per combattere i ribelli, i quattro Stati hanno istituito, nell’aprile 2012, una Task Force multinazionale congiunta (MNJTF). Diversi civili sono stati altresì costretti ad arruolarsi tra le fila dell’organizzazione e a portare a termine attacchi e attentati suicidi. Secondo quanto riportato dal Comitato Internazionale della Croce Rossa a inizio settembre, circa 22.000 nigeriani sono risultati dispersi durante la crisi.

Solo qualche anno fa, la situazione sembrava destinata a migliorare. Nel 2015, dopo essere stato eletto per la prima volta, il presidente Buhari aveva reso noto che l’esercito aveva fatto grandi passi avanti nella lotta contro Boko Haram. I militanti erano stati cacciati da Maiduguri, capitale dello Stato del Borno, e da altre città minori, trovandosi costretti a rifugiarsi nelle foreste. Tuttavia, con l’emergere di altre problematiche legate alla sicurezza, come le rivalità tra gruppi criminali nella regione di Zamfara, le uccisioni extragiudiziali della polizia regionale, gli scontri tra agricoltori e pastori nomadi nelle aree centrali, l’attenzione delle autorità di Abuja si è spostata altrove.

Il governo stanzia l’equivalente di quasi 80 milioni di dollari ogni trimestre per lo sforzo bellico contro Boko Haram, eppure i soldati nigeriani mancano di munizioni e cure mediche sufficienti, lasciando molti cittadini perplessi sul reale utilizzo dei fondi. All’inizio di quest’anno, a Rann, dove non c’è illuminazione dopo il tramonto, i soldati, stanchi di non avere a disposizione attrezzature adeguate per la visione notturna, hanno abbandonato i loro posti, riferiscono diversi operatori umanitari.

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Chiara Gentili

di Redazione

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