Si apre il processo sul genocidio dei Rohingya del Myanmar

Pubblicato il 10 dicembre 2019 alle 15:00 in Gambia Myanmar

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Il ministro della Giustizia del Gambia ha chiesto alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) di agire per fermare il genocidio dei Rohingya in Myanmar, all’apertura del processo sugli abusi subiti dalla minoranza asiatica.

Nella dichiarazione di apertura presso il tribunale, il ministro della Giustizia del Gambia, Abubacarr Tambadou, ha dichiarato: “Tutto ciò che il Gambia chiede è che imponiate al Myanmar di fermare questi omicidi insensati”. “Fermare questi atti di barbarie e brutalità che hanno scioccato e continuano a scioccare la nostra coscienza collettiva. Fermare questo genocidio della loro stessa gente”, ha aggiunto. Il caso rappresenta il primo tentativo legale internazionale di giudicare il Myanmar per i presunti omicidi di massa ai danni della minoranza Rohingya. Aung San Suu Kyi, capo dell’esecutivo del Paese, nota per aver vinto il Nobel per la pace per aver partecipato alla deposizione della dittatura militare, sta difendendo il suo Paese di fronte alla Corte Suprema delle Nazioni Unite. La donna guida la delegazione del Myanmar nella sua veste di ministro degli Esteri e mercoledì 11 dicembre parlerà di fronte al tribunale, dove si attende che continui a negare le accuse di genocidio e a sostenere che le operazioni militari in questione siano state una risposta legittima agli attacchi dei “militanti” Rohingya.

Dopo essere arrivata al Palazzo della Pace dell’Aia, Aung San Suu Kyi ha ignorato le domande dei giornalisti. Vestita con un abito tradizionale, è rimasta seduta in aula mentre i rappresentanti del Gambia descrivevano le presunte atrocità portate avanti in Myanmar. Tra le richieste, il Gambia ha sottolineato la necessità di adottare misure provvisorie per prevenire “omicidi extragiudiziali o abusi fisici, stupri o altre forme di violenza sessuale, incendi di case o villaggi, distruzione di terre e bestiame, privazione di cibo e altre necessità vitali, o qualsiasi altra imposizione deliberata di condizioni di vita mirate a provocare la distruzione parziale o totale della minoranza Rohingya”. Fuori dalla corte, decine di rohingya hanno manifestato chiedendo giustizia per le vittime. Invece, a Yangon, la capitale commerciale del Myanmar, migliaia di persone si sono radunate per mostrare il proprio sostegno a Aung San Suu Kyi, sventolando le bandiere nazionali mentre recitavano: “Per proteggere la dignità del Paese, stare con Madre Suu”.

I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni dalla maggioranza buddhista e dall’esercito. Tali violenze sono aumentate nell’agosto del 2017, quando una serie di attacchi sferrati contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti della minoranza, vi è stato un esodo di circa 700.000 Rohingya verso il Bangladesh. L’Onu ha pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico sono accusati di genocidio nei confronti della minoranza musulmana. Alla voce delle Nazioni Unite si sono unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo.  Il Gambia, un piccolo Stato principalmente musulmano dell’Africa occidentale, ha avviato una causa accusando il Paese di genocidio, dopo aver ottenuto il sostegno dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC), formata da 57 Nazioni. Il Myanmar afferma che questi sforzi internazionali violano la sua sovranità e ha promesso di condurre indagini autonome su tali accuse. Tuttavia, i provvedimenti presi fino ad ora sono assolutamente scarsi. 

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Maria Grazia Rutigliano 

 

di Redazione

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