Proteste in Iran: arriva il monito dell’Europa

Pubblicato il 10 dicembre 2019 alle 14:55 in Iran Medio Oriente

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L’Unione Europea ha evidenziato, il 9 dicembre, che l’Iran continua a violare la libertà di espressione ed i diritti individuali dei propri cittadini.

In particolare, l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione Europea, Josep Borrell, in una dichiarazione, ha affermato che sono le autorità iraniane a violare la libertà dei cittadini e che le violente azioni di repressione, caratterizzate da una forza eccessiva, messe in atto sin dall’inizio dell’ondata di proteste, sono inaccettabili. In particolare, per il rappresentante europeo, riunirsi e mostrare il proprio malcontento di fronte alla situazione economica è un diritto fondamentale.

Tuttavia, ha specificato Borrell, vi sono prove che dimostrano come le forze di sicurezza iraniane, nonostante i diversi richiami, abbiano risposto ai manifestanti in modo violento, causando numerosi morti e civili. Pertanto, le autorità iraniane sono state esortate a condurre indagini chiare e trasparenti per portare davanti alla giustizia i responsabili di tali azioni. Non da ultimo, Teheran è stata altresì invitata a rilasciare tutti i cittadini che sono stati detenuti pur non avendo impiegato forza e violenza.

Borrell ha poi messo in luce come Teheran abbia altresì interrotto la connessione alla rete Internet e, di conseguenza, alle reti internazionali, impedendo, in tal modo, la comunicazione con il resto del mondo e lo scambio di informazioni per più di una settimana. Anche questo, a detta dell’Unione Europea, rappresenta una chiara violazione della libertà di espressione e, anche in questo caso, le autorità iraniane sono chiamate a adempiere agli obblighi assunti a livello internazionale.

La posizione di Borrell è ritenuta da alcuni diversa da quella del suo predecessore, Federica Mogherini, la quale è stata spesso definita troppo permissiva, a tal punto che anche alcuni attivisti l’hanno talvolta accusata di nascondere le violazioni dei diritti umani commesse all’interno dei territori iraniani.

La forte ondata di mobilitazione popolare in Iran ha avuto inizio il 15 novembre scorso e fa seguito alla decisione governativa, annunciata a sorpresa poco prima dello scoppio delle proteste, di imporre forti rincari sui prezzi del petrolio. L’obiettivo di Teheran è razionare le scorte del Paese, la cui economia è stata colpita dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. 

Sono circa cento le città e le regioni irachene che hanno assistito a proteste, a cui hanno partecipato decine di migliaia di manifestanti. In un discorso tenuto durante una riunione governativa, volta a definire i dettagli della decisione relativa all’aumento dei prezzi di carburante, il presidente, Hassan Rouhani, ha affermato che il governo aveva avanti a sé tre opzioni per affrontare la difficile situazione economica del Paese. La prima, aumentare le tasse, la seconda, esportare petrolio e la terza, aumentare i prezzi della benzina. La scelta è ricaduta sulla terza opzione.

Secondo quanto riferito da Amnesty International, un’organizzazione con sede nel Regno Unito, il 2 dicembre, almeno 208 manifestanti iraniani sono stati uccisi nel corso delle manifestazioni, a causa della repressione messa in atto dalle forze dell’ordine. Si tratta, per Amnesty, di un bilancio allarmante ma che, tuttavia, è basato su fonti e rapporti attendibili. Si presume, inoltre, che le cifre reali potrebbero essere addirittura più elevate. Il bilancio vede poi centinaia di feriti e migliaia di arresti.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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