Sudan: 10.000 soldati in meno nella guerra in Yemen

Pubblicato il 9 dicembre 2019 alle 13:14 in Sudan Yemen

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Il primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha riferito, domenica 8 dicembre, di aver ridotto il numero di truppe stanziate in Yemen da 15.000 a 5.000 unità circa. La mossa conferma la svolta che il premier intende introdurre in politica estera, cominciando da una questione che ritiene non possa essere risolta militarmente. Hamdok ha reso noto pubblicamente il livello di impegno armato del Sudan nel conflitto yemenita dopo essere tornato da un viaggio negli Stati Uniti, dove ha incontrato il presidente Donald Trump e il Segretario di Stato Mike Pompeo. Le truppe sudanesi sono coinvolte nella guerra in Yemen dal 2015 come parte della coalizione, a guida saudita, che combatte contro i ribelli sciiti Houthi.

“Per quanto riguarda lo Yemen, crediamo che non ci possa essere una soluzione militare e riteniamo ci debba essere una soluzione politica”, ha dichiarato Hamdok ai giornalisti durante una piccola conferenza stampa tenuta dopo il suo viaggio a Washington. Alcuni sostengono che il Sudan abbia deciso di ridurre la sua presenza militare in Yemen dopo che gli Emirati Arabi Uniti avevano riferito, a giugno, di aver ridimensionato il proprio contributo nella coalizione e, successivamente, di aver ritirato le proprie truppe dal porto di meridionale di Aden. Diversi gruppi politici sudanesi, inoltre, avevano criticato la spesa militare del loro Paese nel conflitto yemenita. La guerra è di fatto considerata da molti una guerra per procura tra Iran, accusata dalla coalizione di supportare gli Houthi, e Arabia Saudita. Hamdok, in ogni caso, ha sottolineato che durante la sua visita negli Stati Uniti non c’è stata alcuna discussione sul tema del ritiro del contingente sudanese dallo Yemen. L’incontro, invece, è servito al premier per favorire la rimozione del Sudan dalla lista americana di Stati sponsor del terrorismo e per ripristinare le relazioni diplomatiche tra i due Paesi rinviando i rispettivi ambasciatori dopo 23 anni di assenza.

Il 22 ottobre, una fonte aveva rivelato ad Al-Jazeera che l’Arabia Saudita aveva intrapreso negoziati con i ribelli Houthi al fine di porre una tregua militare al conflitto. Nello specifico, a detta della fonte, è stato istituito un comitato politico e militare composto sia da sauditi sia da Houthi, i quali cercheranno misure volte a porre fine ai combattimenti al confine e agli attacchi aerei da ambe le parti.  Tale mossa segue alcune iniziative e segnali di distensione che hanno mostrato il desiderio di una tregua per la regione. Da un lato, i ribelli sciiti, nel mese di settembre, avevano dichiarato di interrompere, unilateralmente, gli attacchi aerei contro i territori sauditi in cambio di un freno alle operazioni da parte della coalizione saudita-emiratina. Dall’altro lato, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, di fronte a tale dichiarazione, aveva espresso la propria speranza verso l’apertura di un dialogo politico.

I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbu Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

Le relazioni tra Washington e Khartoum sono diventate più distese da quando al-Bashir è caduto, l’11 aprile 2019, e al suo posto è stato istituito un governo di transizione a base civile. Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il generale Abdel Fattah al-Burhan ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio e promette di guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario da parte dell’ex presidente al-Bashir. Il nuovo governo di transizione, nato il 7 settembre dall’ accordo di condivisione dei poteri tra la fazione civile e quella militare del Sudan, ha espresso tutto il suo impegno nel cercare di risolvere le dispute che interessano soprattutto le zone del Darfur, del Nilo Blu e del Kordofan meridionale. Hamdok ha ribadito anche in prima persona quest’intenzione e ha sottolineato che una ridotta spesa militare, favorita dal ripristino della pace, potrebbe altresì stabilizzare l’economia del Paese, attualmente in sofferenza.

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Chiara Gentili

di Redazione

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