Scambio di prigionieri tra USA e Iran

Pubblicato il 7 dicembre 2019 alle 17:34 in Iran USA e Canada

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L’Iran e gli Stati Uniti hanno effettuato uno scambio di prigionieri con la mediazione del governo svizzero, segnando una potenziale svolta tra i due Paesi dopo mesi di tensioni.

Il 7 dicembre, Teheran ha annunciato il rilascio dello scienziato iraniano, Massoud Soleimani, detenuto negli Stati Uniti, poco prima che Washington affermasse che lo studente statunitense, laureato a Princeton, Xiyue Wang, sarebbe tornato a casa. “Sono contento che il professor Massoud Soleimani e il signor Xiyue Wang si uniranno presto alle loro famiglie”, ha scritto su Twitter il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif. “Mille grazie a tutti i partner, in particolare al governo svizzero”, ha scritto Zarif, che ha anche pubblicato una foto con Soleimani. 

Da parte sua, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rilasciato una dichiarazione, sempre il 7 dicembre, in cui si affermava che Wang “tornerà negli Stati Uniti”. “Il signor Wang era stato trattenuto con il pretesto di spionaggio dall’agosto 2016”, si leggeva nel documento. “Ringraziamo i nostri partner svizzeri per la loro assistenza nel negoziare la liberazione del signor Wang con l’Iran”, continuava. Hua Qu, la moglie di Wang, ha confermato che l’uomo è stato rilasciato dalla prigione di Evin, a Teheran. “La nostra famiglia è di nuovo completa. Siamo grati a tutti coloro che hanno contribuito a far sì che ciò accadesse”, ha affermato.

Wang è stato condannato a 10 anni di prigione in Iran per presunta “infiltrazione” nel Paese e per l’invio di materiale riservato all’estero. La sua famiglia e la Princeton University hanno sempre negato tali affermazioni. Soleimani, che lavora nella ricerca sulle cellule staminali, nel campo dell’ematologia e nella medicina rigenerativa, era invece stato arrestato dalle autorità statunitensi con l’accusa di aver violato le sanzioni commerciali cercando di portare materiale biologico in Iran. Lo scienziato e i suoi avvocati hanno sempre sostenuto la sua innocenza. Secondo quanto riferisce Al-Jazeera English, lo scambio di prigionieri potrebbe essere un modo per l’Iran di mostrare di essere disposti a negoziare e aperti al dialogo. 

La tensione tra Washington e Teheran è cominciata ad aumentare a seguito del  ritiro unilaterale americano, annunciato l’8 maggio 2018, dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare, firmato il 14 luglio 2015 da Iran, Germania e dai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ossia Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina. Tale ritiro ha causato la re-imposizione delle sanzioni statunitensi contro la Repubblica Islamica. Inoltre, il 22 aprile 2019 gli Stati Uniti avevano annunciato la decisione di non concedere più esenzioni dalle sanzioni USA agli ultimi 8 compratori di petrolio rimasti alla Repubblica Islamica. 

Il rapporto tra Stati Uniti e Iran rimane teso. Il Capo di Stato Maggiore delle Forze Aeree americane, David Goldfein, sabato 16 novembre, ha esortato i Paesi del Golfo Arabo a riconciliare le differenze tra loro e coordinare le capacità militari per far fronte comune contro Teheran. L’esercito degli Stati Uniti starebbe valutando un potenziale aumento delle truppe statunitensi in Medio Oriente legato alle preoccupazioni che l’Iran possa compiere azioni aggressive nella regione. Alcuni funzionari statunitensi, parlando in condizione di anonimato, hanno riferito all’agenzia di stampa Reuters che gli Stati Uniti stavano prendendo in considerazione l’invio di migliaia di truppe aggiuntive in Medio Oriente in funzione deterrente per l’Iran.

Tuttavia, è stato specificato che nessuna decisione è ancora stata presa. I funzionari hanno citato fonti dell’intelligence, affermando che l’Iran ha riposizionato le proprie forze e armamenti. Tuttavia, mercoledì 4 dicembre, il Pentagono ha negato fermamente un rapporto del Wall Street Journal secondo cui Washington stava prendendo in considerazione l’invio di 14.000 truppe aggiuntive nella regione. Il Congresso ha fatto pressioni su John Rood, funzionario del Pentagono, su tale argomento il 5 dicembre. “In base a ciò che stiamo vedendo in relazione alle preoccupazioni per il quadro delle minacce, è possibile che dovremmo modificare la nostra posizione di forza”, ha affermato Rood. 

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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