Crisi economica in Libano: i cittadini protestano, Hariri chiede aiuto

Pubblicato il 6 dicembre 2019 alle 13:44 in Libano Medio Oriente

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La popolazione libanese si è riunita, il 6 dicembre, in un sit-in davanti alla Banque du Liban, in segno di protesta contro le politiche fiscali adottate da un Paese caratterizzato da una forte crisi finanziaria e monetaria.

Anche a seguito del caos provocato dall’ondata di mobilitazione, intrapresa il 17 ottobre scorso, le banche sono state costrette a imporre restrizioni informali su rimesse e prelievi, per far fronte alla scarsa quantità di dollari in circolazione e alla svalutazione della moneta locale. Secondo quanto riferito, si tratta di uno dei peggiori momenti per l’economia libanese negli ultimi decenni.

Ciò è stato evidenziato dal ministro dell’Economia del governo ad interim, Mansour Batish, il quale ha affermato che il mercato libanese sta vivendo una “siccità di dollari”, ovvero una crisi di liquidità ed una diminuzione della quantità di dollari in circolazione. Dollari e lire libanesi vengono utilizzate in modo interscambiabile sin dalla guerra civile, verificatasi tra il 1975 ed il 1990, e una diminuzione della moneta statunitense crea difficoltà a chi opera con ingenti somme di denaro nell’ambito dell’importazione di materie prime, medicinali e carburante.

Il Libano è attualmente uno dei Paesi più indebitati del mondo e sta lottando per trovare nuove fonti di finanziamento estere poiché i fondi da cui il Paese dipendeva precedentemente sono terminati. L’economia libanese si è indebolita a causa di un enorme debito e di una crisi finanziaria che deriva da un rallentamento dell’afflusso di capitale. Inoltre, il tasso di disoccupazione per i minori di 35 anni è giunto al 37%.

A detta del ministro Batish, si stanno cercando delle soluzioni per far sì che le somme di denaro precedentemente trasferite all’estero possano ritornare nelle casse libanesi. Tuttavia, il ministro ha evidenziato che, per risolvere il problema alla radice, è necessario formare un nuovo governo e far fronte altresì alla crisi politica in cui riversa il Paese. Da Batish è poi giunta la notizia di alcune misure finanziarie discusse in sede presidenziale, tra cui la riduzione dei tassi di interesse del 50 %, l’aumento del capitale nelle banche del Paese del 20% e l’immissione progressiva di moneta statunitense.

Il quadro economico ha spinto il primo ministro provvisorio, Saad Hariri, dimessosi il 29 ottobre scorso, ad inviare messaggi ad altri Paesi, il 6 dicembre, chiedendo aiuto economico e, in particolare, garanzie di importazione, in modo da assicurare la sicurezza alimentare per la popolazione libanese e le materie prime necessarie alle attività di diversi settori produttivi. I Paesi in questione sono stati Arabia Saudita, Stati Uniti, Francia, Russia, Egitto, Turchia, Cina e Italia.

In tale quadro, sono del 5 dicembre le dichiarazioni del presidente libanese, Michel Aoun, secondo cui il governo si sta impegnando per far fronte alla crisi sia politica sia economica. Per il capo di Stato, sarà priorità del futuro esecutivo realizzare le riforme necessarie, contrastare la corruzione e trovare rimedi al malfunzionamento degli enti amministrativi statali. Il fine ultimo sarà ripristinare un legame di fiducia tra governo e cittadini. Si prevede che il 9 dicembre prossimo inizierà la fase di consultazioni volta alla nomina di un nuovo premier, il quale dovrà ottenere la maggioranza dei voti da parte dei 128 membri del Parlamento.

Le proteste in Libano sono scoppiate il 17 ottobre scorso. I manifestanti libanesi hanno da sempre richiesto le dimissioni dell’attuale governo, elezioni anticipate con l’abbassamento dell’età degli elettori a 18 anni, e il contrasto alla corruzione dilagante tra i membri della classe politica al potere. Inoltre, è stata proposta la formazione di un governo tecnocratico, formato da esperti in grado di attuare le riforme di cui necessita il Paese.

La causa diretta che ha portato migliaia di cittadini libanesi a scendere in piazza è un piano governativo che prevede l’imposizione di una nuova tassa, dal valore di circa 20 centesimi di dollari USA, relativa all’applicazione di messaggistica istantanea WhatsApp. Sebbene alcuni abbiano definito l’ondata di proteste “La rivoluzione di WhatsApp”, si tratta di un punto di svolta dopo mesi di malcontento popolare, causato dall’incapacità del governo di far fronte al debito pubblico e risolvere le problematiche nate a livello economico.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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