Attivisti per i diritti dei Rohingya minacciati di deportazione

Pubblicato il 6 dicembre 2019 alle 16:50 in Asia Myanmar

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Due attivisti per i diritti dei Rohingya affermano di star affrontando un aumento degli abusi online, comprese le minacce di morte. L’ultimo attacco era arrivato dal nipote dell’ex sovrano del Myanmar, Ne Win. 

Ro Nay San Lwin, un noto attivista per i Rohingya, residente in Germania, e Maung Zarni, un accademico che vive nel Regno Unito, hanno riferito ad Al-Jazeera che temono per la propria vita ma non saranno “messi a tacere” dalle molestie online. Lwin, 42 anni e Zarni, 56 anni, sono stati duramente critici nei confronti della persecuzione del governo birmano contro la comunità prevalentemente musulmana dei Rohingya, negli ultimi 7 anni, infastidendo molte persone nel governo del Myanmar e tra i suoi sostenitori. L’ultima minaccia pubblicata dal milionario del Myanmar, Aye Ne Win, il mese scorso ha preoccupato Lwin e Zarni. Ne Win, uno degli imprenditori più famosi del Myanmar, ha chiesto che gli attivisti vengano prelevati e riportati in Myanmar in un’intervista pubblicata su YouTube. Win ha affermato che era “giunto il momento” che l’esercito del Myanmar lanciasse una “operazione di rapimento in stile israeliano” contro gli attivisti in esilio. “Questi esseri non dovrebbero osare venire nel nostro Paese. Gridano dall’estero ma devono essere processati qui”, ha riferito Win nell’intervista.

Lwin e Zarni hanno dichiarato di aver avvisato le autorità in Germania e nel Regno Unito rispettivamente dopo le ultime minacce. “Non prendo alla leggera questa minaccia. Sono molto preoccupato”, ha affermato Lwin, aggiungendo che, sebbene riceva questo trattamento dal 2016, in gran parte gli insulti arrivano dalla gente comune.  Questo caso era diverso perché Win ha forti legami con il governo del paese, con i servizi militari e d’intelligence. I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni dalla maggioranza buddhista e dall’esercito. Tali violenze sono aumentate nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione internazionale. In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti della minoranza, vi è stato un esodo di circa 700.000 Rohingya verso il Bangladesh. L’Onu ha pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico sono accusati di genocidio nei confronti della minoranza musulmana. Alla voce delle Nazioni Unite si sono unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo. 

Tuttavia, in questo momento il Paese sta affrontando una serie di pressioni internazionali che riguardano il trattamento dei Rohingya. La leader del Myanmar, Aung San Suu Kyi, che aveva vinto un premio Nobel per la pace dopo aver sfidato la precedente giunta militare al potere, si recherà all’Aia per una serie di audizioni, a partire da dicembre, presso la Corte Internazionale di Giustizia. Il Gambia, un piccolo Stato principalmente musulmano dell’Africa occidentale, ha avviato una causa accusando il Paese di genocidio, dopo aver ottenuto il sostegno dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC), formata da 57 Nazioni. Il Myanmar afferma che questi sforzi internazionali violano la sua sovranità e ha promesso di condurre indagini autonome su tali accuse. Tuttavia, i provvedimenti presi fino ad ora sono assolutamente scarsi. 

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Maria Grazia Rutigliano 

 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.