USA completano il ritiro delle truppe dal Nord-Est della Siria

Pubblicato il 5 dicembre 2019 alle 15:16 in Siria USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno completato il loro ritiro militare dalla Siria Nord-orientale, mantenendo circa 600 soldati nel resto del Paese, secondo quanto ha affermato il segretario alla Difesa, Mark Esper.

Esper ha rilasciato tali dichiarazioni in un’intervista esclusiva all’agenzia di stampa Reuters. Il segretario alla Difesa ha sottolineato che gli Stati Uniti hanno mantenuto un numero minore di forze, capaci di muoversi fuori e dentro al Paese, se necessario. Esper ha poi suggerito che il numero di truppe fluttuerà attorno alle 600 unità, nel prossimo futuro. Non è stata esclusa, inoltre, la possibilità di ridurre ulteriormente la presenza statunitense in Siria se gli alleati europei contribuissero maggiormente alla missione. “La coalizione sta nuovamente discutendo. Potremmo vedere che alcuni alleati vogliano inviare truppe volontarie”, ha dichiarato Esper. Tuttavia, non è stato specificato se un nuovo contributo possa essere imminente. “Se un Paese alleato, un Paese della NATO, decidesse di darci 50 persone, potrei essere in grado di farne tornare altre 50”, ha aggiunto.

L’esercito degli Stati Uniti afferma di essere concentrato sulla prevenzione della rinascita dello Stato Islamico in Siria e di aver effettuato un raid che ha portato alla morte del leader dell’ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a Londra, ha affermato di voler mantenere le forze statunitensi per garantire che il controllo delle riserve petrolifere siriane non cada nelle mani del gruppo militante islamico. “Abbiamo mantenuto il petrolio. E il petrolio è ciò che ha alimentato l’ISIS ”, ha dichiarato Trump. Quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha deciso di ritirare le truppe dal Nord-Est della Siria, l’8 ottobre, ha di fatto abbandonato le Unità di Protezione Popolare curde (YPG), spianando la strada ad un’operazione militare turca nell’area. Tale offensiva è stata lanciata il 9 ottobre e veniva identificata con il nome di Operazione “Fonte di pace”.

Dopo oltre una settimana di combattimenti e numerose vittime, gli Stati Uniti hanno finalizzato un accordo con la Turchia per un cessate il fuoco temporaneo, il 17 ottobre. Tuttavia, i combattimenti sono continuati in alcune città. Il 22 ottobre, in fine, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ed il suo omologo russo, Vladimir Putin hanno raggiunto un’intesa sulla questione a Sochi, nel Sud della Russia. In particolare, le due parti hanno concordato sulla necessità di respingere le forze curde dalla “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km. Tra i diversi punti concordati, vi è poi l’istituzione di un centro operativo congiunto.

L’operazione in Turchia, secondo Erdogan, era necessaria per salvaguardare la sicurezza turca contro i militanti curdi. Le Syrian Democratic Forces (SDF), guidate dalle YPG, sono state il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria. Tuttavia, negli ultimi anni, erano riuscite ad ampliare il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali della Siria, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. La Turchia descrive le forze curde una “organizzazione terroristica” a causa di legami con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Quest’ultimo, da decenni, ha condotto una campagna armata per raggiungere l’autonomia in Turchia ed è considerato un’organizzazione illegale da Ankara.

Il segretario della Difesa statunitense, Mark Esper, il 28 ottobre, aveva riferito che gli Stati Uniti sono ancora presenti nelle aree strategiche della Siria per contrastare l’ISIS  e qualsiasi gruppo che minacci la produzione petrolifera siriana. Esper ha poi sottolineato notato che le Syrian Democratic Forces (SDF) appoggiate dagli Stati Uniti hanno fatto affidamento sulle entrate relative alla produzione petrolifera per finanziare i propri combattenti, compresi quelli che custodiscono le prigioni in cui sono detenuti i combattenti dell’ISIS. “Vogliamo assicurarci che le SDF abbiano accesso alle risorse, al fine di proteggere le carceri, armare le proprie truppe e aiutarci con la missione contro l’ISIS”, ha dichiarato il segretario alla Difesa statunitense. “Quindi questa è la nostra missione, proteggere i giacimenti petroliferi”, ha aggiunto. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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