Libano: il popolo contro un governo “tecnopolitico”

Pubblicato il 5 dicembre 2019 alle 11:56 in Libano Medio Oriente

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Dopo l’annuncio del presidente libanese, Michel Aoun, del 4 dicembre, circa le consultazioni parlamentari che prenderanno il via il 9 dicembre prossimo, il popolo continua ad occupare le strade del Paese, in segno di protesta contro un probabile governo definito “tecnopolitico”.

Aumentano le probabilità per Samir Khatib di ricevere l’incarico di formare un nuovo esecutivo per il Paese. Dopo l’approvazione dell’ex premier, Saad Hariri, arriva anche il consenso di Amal ed Hezbollah. Questi ultimi, insieme, occupano 29 seggi parlamentari.

Samir Khatib è un imprenditore libanese descritto da alcuni come una figura neutrale e non politica, nonché un uomo d’affari di successo, il cui nome non è connesso ad alcun caso di corruzione. Khatib rappresenterebbe, dunque, il candidato perfetto per il Libano, in grado di rispondere alle richieste della popolazione. Secondo quanto trapelato da alcune fonti vicine alla presidenza, nella sera del 3 dicembre, Khatib è in contatto con alcune forze politiche per comprendere le loro richieste. L’alleanza sciita Amal- Hezbollah sarebbe favorevole alla sua nomina alla presidenza del Consiglio soprattutto perché la figlia di Khatib è sposata con il figlio del generale Abbas Ibrahim, capo della Sicurezza Generale e alleato di Hezbollah.

Al di là del consenso dei diversi blocchi politici, Khatib potrebbe incontrare ostacoli nella formazione del futuro esecutivo, a partire dalla sua forma. La popolazione libanese reclama da tempo un governo tecnocratico, formato da esperti non legati ad alcuna alleanza politica ma dotati delle competenze necessarie a mettere in atto le riforme necessarie a risanare l’economia del Paese. Anche Hariri aveva precedentemente avallato l’idea mentre il Ministro degli Esteri, Gebran Bassil, considera un esecutivo di tal tipo una minaccia alla propria sopravvivenza all’interno del governo di Beirut. Ciò ha portato i manifestanti a porsi contro di lui, accusandolo di arroganza, razzismo, corruzione e cattiva gestione degli affari pubblici.

Nel frattempo, nella sera del 4 dicembre, la capitale Beirut ha assistito a nuovi disordini, tra i manifestanti scesi per le strade e le forze dell’ordine che hanno cercato di disperderli. Da parte sua, la direzione generale delle forze di sicurezza interna ha precisato che bloccare le strade è contro la legge e, pertanto, verranno prese le misure necessarie per impedire che ciò continui a verificarsi, oltre che per liberare le aree occupate in precedenza. “La libertà dei cittadini termina quando viola la libertà degli altri” è stato affermato. Tra i luoghi oggetto di sit-it, anche l’area circostante l’abitazione di Khatib, in segno di rifiuto verso un suo eventuale mandato.

Le proteste in Libano sono scoppiate il 17 ottobre scorso. I manifestanti libanesi hanno da sempre richiesto le dimissioni dell’attuale governo, elezioni anticipate con l’abbassamento dell’età degli elettori a 18 anni, e il contrasto alla corruzione dilagante tra i membri della classe politica al potere. Inoltre, è stata proposta la formazione di un governo tecnocratico, formato da esperti in grado di attuare le riforme di cui necessita il Paese.

La causa diretta che ha portato migliaia di cittadini libanesi a scendere in piazza è un piano governativo che prevede l’imposizione di una nuova tassa, dal valore di circa 20 centesimi di dollari USA, relativa all’applicazione di messaggistica istantanea WhatsApp. Sebbene alcuni abbiano definito l’ondata di proteste “La rivoluzione di WhatsApp”, si tratta di un punto di svolta dopo mesi di malcontento popolare, causato dall’incapacità del governo di far fronte al debito pubblico e risolvere le problematiche nate a livello economico.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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