USA minacciano la Francia con i dazi sulle importazioni al 100%

Pubblicato il 3 dicembre 2019 alle 9:55 in Francia USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno minacciato la Francia di imporre dazi punitivi al 100% su 2,4 miliardi di dollari di importazioni francesi, se Parigi dovesse perseverare con la nuova tassa sui servizi digitali, che rischia di danneggiare i colossi statunitensi.

L’ufficio del Rappresentante Commerciale degli Stati Uniti (USTR), Robert Lighthizer, ha dichiarato che l’imposta francese è “incompatibile con i principi della politica fiscale internazionale ed è estremamente onerosa per le società statunitensi interessate”. Tra queste aziende vi sono colossi come Google, Facebook, Apple e Amazon. Lighthizer ha poi aggiunto che il governo sta considerando se avviare indagini sulle proposte di tasse sui servizi digitali che sono al vaglio in Austria, Italia e Turchia. “L’Ufficio del rappresentante commerciale USA si sta concentrando sulla lotta al crescente protezionismo degli Stati membri dell’UE, che colpisce ingiustamente le società statunitensi”, ha affermato Lighthizer. La sua dichiarazione non ha menzionato le proposte di imposte digitali del Canada o della Gran Bretagna.

L’agenzia commerciale degli Stati Uniti ha, inoltre, riferito che avrebbe raccolto informazioni fino al 14 gennaio sulle imposte francesi e ha aggiunto che terrà un’audizione pubblica il 7 gennaio, a tale proposito. Tuttavia, non è stata menzionata un’eventuale data per l’entrata in vigore dei dazi contro Parigi. I prodotti che verrebbero colpiti sono gli stessi che erano stati risparmiati dalle tariffe al 25% imposte dagli Stati Uniti per la questione legata alle sovvenzioni illegittime della compagnia aerea europea Airbus. Questi beni includono vini, spumanti, borse e preparati per il trucco. Ad essere maggiormente colpiti sarebbero, quindi, il gigante francese dei beni di lusso LVMH e il produttore di cosmetici L’Oreal. Inoltre, anche il formaggio groviera figurava in primo piano nell’elenco dei prodotti francesi che potrebbero subire una tassazione al 100%, insieme a numerosi altri formaggi.

L’annuncio di Lighthizer ha causato un’ondata di ottimismo tra i deputati e senatori statunitensi e tra i gruppi a supporto dell’industria tecnologica statunitense. “La tassa francese sui servizi digitali è irragionevole, protezionistica e discriminatoria”, hanno dichiarato i senatori Charles Grassley e Ron Wyden, rispettivamente i massimi esponenti del Comitato Finanziario del Senato dei repubblicani e democratici. I portavoce dell’ambasciata francese e della delegazione dell’Unione Europea a Washington non hanno ancora rilasciato alcun commento. Tuttavia, un funzionario francese ha affermato che Parigi avrebbe contestato le posizioni dell’agenzia commerciale statunitense, ribadendo la tesi francese secondo cui la tassa digitale non è mirata specificamente alle società tecnologiche USA. “Non rinunciamo alla tassazione” delle aziende digitali, ha affermato il funzionario.

Il prelievo del 3% per la Francia si applica alle entrate derivate dai servizi digitali delle imprese che guadagnano oltre 25 milioni di euro in Francia e oltre 750 milioni di euro nel mondo. La relazione dell’USTR e l’elenco delle tariffe proposte sui beni francesi arrivano a seguito di mesi di negoziati tra il ministro delle Finanze di Parigi, Bruno Le Maire, e il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Steven Mnuchin, su una revisione globale delle norme fiscali digitali. I due rappresentanti avevano raggiunto un compromesso nel mese di agosto, in occasione di un vertice del G7 in Francia. Questo prevedeva l’intervento dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), che avrebbe rimborsato alle imprese statunitensi la differenza di guadagno causata dalla tassa francese, tramite un nuovo meccanismo in fase di elaborazione. Tuttavia, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha mai approvato formalmente tale accordo e non ha mai specificato le sue intenzioni riguardo alla minaccia tariffaria contro la Francia. 

In un clima di protezionismo diffuso, il 2 dicembre, Trump aveva già annunciato che Washington ripristinerà i dazi sull’acciaio e sull’alluminio provenienti da Brasile e Argentina, come contromisura alle svalutazioni del real brasiliano e del peso argentino che, secondo la Casa Bianca, danneggiano l’agricoltura statunitense rendendola poco competitiva. “Il Brasile e l’Argentina hanno provveduto a una massiccia svalutazione delle loro valute, il che non va bene per i nostri agricoltori. Pertanto, con effetto immediato, ripristinerò le tariffe su tutto l’acciaio e l’alluminio che viene spedito negli Stati Uniti da quei paesi”, ha scritto su Twitter il presidente statunitense. In tale contesto, è interessante specificare che il clima protezionistico globale è stato inaugurato in occasione dell’inizio della guerra commerciale con la Cina, cominciata il 23 marzo 2018, quando Washington ha imposto dazi del 25% e del 10% sulle importazioni rispettivamente di acciaio e alluminio. Oggi dopo più di un anno di guerra commerciale, i dazi americani sono arrivati a colpire quasi la totalità dei prodotti cinesi esportati negli Stati Uniti. Le tariffe cinesi, da parte loro, sono dirette contro oltre 333 categorie di prodotti statunitensi, tra cui carbone, rame, prodotti in acciaio, combustibili e attrezzature mediche.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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