Turchia: l’accordo con la Libia è un diritto sovrano

Pubblicato il 3 dicembre 2019 alle 11:21 in Libia Turchia

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Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha affermato, nella mattinata di martedì 3 dicembre, che l’accordo firmato con la Libia rappresenta “un diritto sovrano” di entrambi i Paesi e che, pertanto, “non sarà discusso con nessuno” .

La dichiarazione fa riferimento ad alcuni Memorandum di intesa firmati, il 27 novembre scorso, tra Tripoli e Ankara, a margine di colloqui svoltisi a Istanbul. Questi riguardano principalmente il settore marittimo e la cooperazione in materia militare e di sicurezza. A firmarli, il presidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, Fayez al-Sarraj, ed il presidente turco, Erdogan. Nello specifico, uno degli accordi ha definito le aree di competenza di ciascuna parte nel Mar Mediterraneo. L’obiettivo è la salvaguardia dei diritti legittimi di entrambi i Paesi circa la zona economica, nel rispetto dei precedenti accordi stabiliti a livello internazionale. Il memorandum, a detta del ministro degli Affari Esteri di Tripoli, Mohamed Sayala, contribuirà altresì a promuovere la sovranità della Libia stessa.

Le parole di Erdogan del 3 dicembre sono giunte nel corso di una conferenza stampa svoltasi prima di recarsi a Londra per partecipare al vertice tra i leader della Nato, e derivano dalle critiche ricevute a seguito del raggiungimento dei memorandum. Nello specifico, il Ministero degli Esteri egiziano, tramite il suo portavoce, Ahmed Hafez, ha affermato, il 28 novembre, che si tratta di un’intesa priva di effetti legali. In particolare, ciò deriva dal fatto che, in base agli accordi di Skhirat raggiunti nel dicembre 2015, il premier al-Sarraj non ha il potere ed il diritto di stabilire quanto stipulato. Nello specifico, il primo ministro non può firmare o modificare accordi a livello internazionale da solo, senza il consenso di tutti gli altri membri del governo.

Tuttavia, da parte turca tali affermazioni sono state negate. In particolare, il portavoce del Ministero degli Esteri turco, Hami Aksoy, ha dichiarato che l’intesa raggiunta per la sovranità delle acque territoriali è stata definita nel pieno rispetto del diritto internazionale e della convenzione delle Nazioni Unite inerente il diritto del mare. Inoltre, a detta di Aksoy, anche la Grecia, altre parte oppostasi al memorandum, ha preferito intraprendere azioni unilaterali e rivolgere accuse contro la Turchia, anzichè negoziare, provando altresì ad imporre una politica del fatto compiuto.

Parallelamente, il ministro dell’Interno del governo tripolino, Fathi Bashaga, ha affermato che l’intesa raggiunta con la Turchia costituisce un mezzo per preservare la sicurezza e la sovranità territoriale libica e per rafforzare le capacità del governo stesso, soprattutto nel quadro della lotta al terrorismo, del contrasto all’immigrazione irregolare e alla criminalità, oltre che per migliorare le competenze degli organi di sicurezza del Paese.

La disputa rappresenta un ulteriore tassello delle discussioni tra Turchia e Cipro, circa i diritti di esplorazione di petrolio e gas nel Mediterraneo orientale. Ankara non riconosce Cipro come uno Stato e si oppone fermamente alle attività di esplorazione. Inoltre, per la Turchia, le aree della zona marittima a largo di Cipro, dove si verificano le operazioni di trivellazione, rientrano nella piena giurisdizione turca o dei turco-ciprioti, i quali hanno il proprio Stato separatista nel Nord dell’isola e sono riconosciuti solo dalla Turchia. Dall’altro lato, per Cipro sono gli Stati che si trovano nell’Est del Mediterraneo a godere dei diritti economici esclusivi su tali acque.

In tale quadro si inserisce poi l’Egitto, il cui obiettivo è divenire un polo strategico per il commercio di gas naturale nella regione, utilizzando un gasdotto della Mediterranean Gas Company, di proprietà di imprenditori egiziani ed israeliani, in grado di trasportare gas da Cipro e Israele verso l’Europa. La stessa strategia è stata ideata altresì dalla Turchia, la quale mira a trasportare gas proveniente dall’Azerbaijan e dalla Russia verso l’Europa, passando per il Mar Nero e la Turchia, per mezzo di un gasdotto che, a detta di Erdogan, sarà messo in funzione nel mese di gennaio 2020.

Pertanto, è il patrimonio ed il conseguente commercio di gas naturale ad essere al centro della disputa tra Egitto e Turchia, con ulteriori implicazioni di tipo politico ed economico. Non da ultimo, i due Paesi, nella cornice del conflitto in Libia, sono schierati su due fronti opposti, nel tentativo di rafforzare la propria posizione a livello regionale.

Secondo i dati basati sulle fonti geologiche statunitensi, la ricchezza delle acque del Mediterraneo orientale di gas naturale e petrolio ammonta a 122 trilioni di piedi cubi di gas naturale e 1.7 miliardi di barili di riserve di petrolio. Inoltre, la quota egiziana è pari a 850 miliardi di metri cubi, quella di Cipro è di 140 miliardi di metri cubi mentre Israele possiede 310 miliardi di metri cubi.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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