Sud Sudan: contingente ONU chiamato a sedare gli scontri etnici

Pubblicato il 3 dicembre 2019 alle 18:18 in Africa Sud Sudan

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Le Nazioni Unite hanno inviato un loro contingente di peacekeeping in un’area del Sud Sudan dove circa 80 persone sono state uccise in un’escalation di violenza scoppiata tra due comunità etniche rivali. È quanto hanno riferito fonti locali e ONU martedì 2 dicembre, affermando che gli scontri tra il gruppo Gak e quello Manuer sono iniziati il 27 novembre e sono proseguiti per giorni senza che le autorità riuscissero a frenare lo spargimento di sangue. “Si tratta di una spirale di omicidi per vendetta iniziata quando uno dei Manuer è stato ucciso da alcuni ragazzi Gak”, ha dichiarato il ministro dell’Informazione dello Stato dei Laghi Occidentali, una delle 32 regioni amministrative in cui è diviso il Sud Sudan.

La missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan (UNMISS) ha reso noto con una dichiarazione che le truppe del Nepal facenti parte della forza di pace sono state inviate nell’area dopo la richiesta delle autorità locali, che hanno registrato la morte di almeno 79 persone e il ferimento di 101 in una serie di scontri nello Stato regionale.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, avendo ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. È uno dei Paesi maggiormente frammentati dell’Africa centrale e comprende più di 60 gruppi etnici che seguono diverse religioni locali. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli a Kiir, hanno avviato scontri con quelli di etnia nuer, guidati da Machar, e accusati di preparare un colpo di stato. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, in seguito alla rivalità per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM). Tale conflitto ha ucciso circa 400.000 persone e prodotto quasi 4 milioni di sfollati, che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Per evitare di essere assassinato, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica.

Kiir e Machar avevano firmato un cessate il fuoco il 5 agosto 2018, concludendo anche un accordo per la condivisione del potere. Tuttavia, il 28 agosto, Machar e i capi di altri gruppi si erano rifiutati di firmare l’ultima parte dell’accordo, asserendo che le dispute sulla divisione del potere e sull’adozione di una nuova Costituzione non erano state gestite in modo efficiente.

I due leader erano poi tornati a negoziare la pace nel settembre 2018 sottoscrivendo, grazie alla pressione di potenze regionali e internazionali, il noto accordo. Da quel momento Machar, che vive a Khartoum, in Sudan, era tornato in patria solo una volta, nell’ottobre 2018, per celebrare la firma del patto. Secondo quanto previsto dall’accordo, Machar sarebbe destinato a ricoprire nuovamente il ruolo di vicepresidente. Un’altra disposizione fondamentale prevista dal trattato riguarda la reintegrazione dei ribelli nell’esercito, condizione anch’essa rimasta ancora inattuata.

Tuttavia, il governo sud sudanese sta faticando a creare un esecutivo di coalizione con Machar e il fragile accordo di pace stipulato tra quest’ultimo e il presidente Kiir non sembra destinato ad avere successo nel breve periodo. Dopo aver già mancato la scadenza del 12 novembre, i due leader hanno deciso di posticipare di altri 100 giorni la formazione del nuovo governo. La ragione del ritardo riguarda la necessità di risolvere alcune questioni fondamentali di governance e sicurezza.

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Chiara Gentili

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.