Proteste in Iran: almeno 208 manifestanti morti

Pubblicato il 3 dicembre 2019 alle 9:06 in Iran Medio Oriente

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La televisione di Stato iraniana ha reso noto, martedì 3 dicembre, che le forze di sicurezza hanno causato la morte di un gran numero di manifestanti, scesi per le strade del Paese a partire dal 15 novembre scorso.

Secondo quanto riferito, vi sono stati diversi episodi in cui la polizia si è trovata a sparare contro “i rivoltosi”, nel tentativo di disperdere la folla. La dichiarazione giunge in un momento in cui l’Iran si ritrova a far fronte non solo ad una violenta ondata di proteste ma anche a critiche a livello internazionale. Il motivo alla base è la violenza impiegata nelle dure misure repressive.

In particolare, secondo quanto riferito da Amnesty International, un’organizzazione con sede nel Regno Unito, il 2 dicembre, almeno 208 manifestanti iraniani sono stati uccisi nel corso delle manifestazioni, a causa della repressione messa in atto dalle forze dell’ordine. Si tratta, per Amnesty, di un bilancio allarmante ma che, tuttavia, è basato su fonti e rapporti attendibili. Si presume, inoltre, che le cifre reali potrebbero essere addirittura più elevate. Il bilancio vede poi centinaia di feriti e migliaia di arresti.

Da parte sua, il governo iraniano non ha ancora annunciato ufficialmente il bilancio delle vittime dei disordini, sebbene abbia smentito in precedenza le statistiche di Amnesty. Le autorità hanno inoltre affermato che circa 200.000 persone hanno preso parte alle proteste, alcune delle quali hanno preso d’assalto centinaia di banche, stazioni di polizia e stazioni di rifornimento di carburante. Ciò è avvenuto in diverse aree del Paese.

Il governatore della provincia di Quds, situata a Ovest di Teheran, Leila Wathqi, ha ammesso di aver personalmente ordinato alla polizia di sparare ai manifestanti durante le recenti proteste, affermando che le Guardie rivoluzionarie erano anch’esse attive nel reprimere i manifestanti.

Anche in precedenza, il 19 novembre, Amnesty International aveva riferito che la forte ondata di manifestazioni aveva causato la morte di 106 manifestanti in 21 città del Paese, mentre per i media iraniani ufficiali erano state soltanto 11 le persone uccise, tra cui anche membri delle forze di sicurezza. Successivamente, fonti dell’opposizione hanno riferito del ritrovamento di più di 150 corpi di manifestanti deceduti in tutto il Paese.

La forte ondata di mobilitazione popolare in Iran ha avuto inizio il 15 novembre scorso e fa seguito alla decisione governativa, annunciata a sorpresa poco prima dello scoppio delle proteste, di imporre forti rincari sui prezzi del petrolio. L’obiettivo di Teheran è razionare le scorte del Paese, la cui economia è stata colpita dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. 

Sono circa cento le città e le regioni irachene che hanno assistito a proteste, a cui hanno partecipato decine di migliaia di manifestanti. In un discorso tenuto durante una riunione governativa, volta a definire i dettagli della decisione relativa all’aumento dei prezzi di carburante, il presidente, Hassan Rouhani, ha affermato che il governo aveva avanti a sé tre opzioni per affrontare la difficile situazione economica del Paese. La prima, aumentare le tasse, la seconda, esportare petrolio e la terza, aumentare i prezzi della benzina. La scelta è ricaduta sulla terza opzione.

Nello specifico, il rincaro dei prezzi è pari al 50% per i primi 60 litri, e ammonta al 300% su qualsiasi soglia superiore.  L’economia iraniana è stata colpita, a partire da maggio 2018, da nuove ondate di sanzioni volute dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, dopo che gli Stati Uniti si sono unilateralmente ritirati dall’accordo sul nucleare, il Joint Comprehension Plan of Action (JCPOA), l’8 maggio 2018.

A partire dal 16 novembre, l’Iran ha chiuso Internet in tutto il Paese, limitando le comunicazioni con il mondo esterno. Ciò ha reso incredibilmente difficile determinare la portata e l’intensità delle proteste. Mentre Internet a casa e in ufficio è stato ripristinato, l’accesso sui telefoni cellulari rimane difficoltoso.

Il vice primo-ministro iraniano, Eshaq Jahangiri Kouhshahi, ha affermato, il 2 dicembre, che l’attuale situazione in cui riversa il Paese è una delle più difficili dai tempi della Rivoluzione islamica, a causa dell’attenzione e della pressione esercitata dagli Stati Uniti sulla vita dei cittadini iraniani.

La nuova ondata di mobilitazione degli ultimi giorni rappresenta un pericolo politico per il presidente Rouhani, alla luce delle elezioni previste per febbraio 2020, e dimostra il malcontento della popolazione, pari a circa 80 milioni, che ha visto i propri risparmi esaurirsi e scarse opportunità di lavoro. Anche nel mese di gennaio 2018 l’Iran era stato interessato da una violenta ondata di mobilitazione popolare, come reazione alle condizioni di vita precarie, alla corruzione dilagante e all’aumento dei prezzi di benzina e risorse alimentari. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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