Iraq: continuano le proteste, rinviate le consultazioni

Pubblicato il 3 dicembre 2019 alle 13:54 in Iraq Medio Oriente

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Le province meridionali dell’Iraq continuano ad assistere, anche nella giornata del 3 dicembre, ad una forte mobilitazione popolare, con un conseguente dispiegamento delle forze di sicurezza.

Nonostante i manifestanti abbiano ottenuto le dimissioni del premier, si sono detti determinati a proseguire con le proteste fino a quando non verranno soddisfatte tutte le richieste. Ciò è avvenuto in particolare nel governatorato di Dhi Qar, nel Sud del Paese, dove i manifestanti sono stati ostacolati mentre tentavano di giungere ad una delle piazze di Nassiriya. Dal canto loro, le forze dell’ordine stanno provando a riaprire alcune vie d’accesso principali, negozi e banche, chiusi per più di una settimana. Anche la provincia di al-Muthanna e la città di Najaf continuano ad assistere a disordini. Non da ultimo, diversi gruppi di manifestanti si sono riuniti nella capitale Baghdad per ribadire nuovamente il loro rifiuto all’ingerenza e all’influenza iraniana nelle questioni interne del Paese.

Inoltre, per la giornata del 3 dicembre era inizialmente prevista una sessione parlamentare volta a discutere della formazione del nuovo governo. Questa è stata, però, rinviata fino a nuovo avviso. Uno dei compiti più urgenti per l’esecutivo di Baghdad, e dei diversi blocchi parlamentari, è trovare non solo un nuovo primo ministro in grado di presentare un nuovo governo per il Paese ma, ancor prima, elaborare una legge elettorale che porti ad un Consiglio di rappresentanti composto da un minor numero di membri ma che risulti maggiormente rappresentativo. Tale esigenza nasce dalle dimissioni dell’ex premier, Adel Abdul Mahdi, presentate il 30 novembre scorso.

I manifestanti desiderano altresì un’alternativa al sistema di quote settarie nella distribuzione dei diversi incarichi governativi e parlamentari e hanno invitato a modificare l’intero sistema politico, istituito dagli Stati Uniti dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003. Secondo il sistema governativo vigente in Iraq, la posizione più ambita e ritenuta maggiormente rilevante è quella di presidente del potere esecutivo nonché capo generale delle forze armate, il quale è responsabile di gran parte delle questioni dello Stato. Per tale motivo, le dimissioni di Mahdi hanno dato vita ad una nuova fase, in cui ci si chiede se si sarà in grado di risolvere la crisi in cui perversa il Paese, ponendo altresì fine allo spargimento di sangue provocato dal 1° ottobre scorso.

A partire dal 2 dicembre, il presidente della Repubblica irachena, Barham Salih, ha 15 giorni di tempo per assegnare ad un blocco politico o ad una persona specifica il compito di formare il nuovo esecutivo. Successivamente, il blocco incaricato avrà 45 giorni di tempo per presentarlo. Tuttavia, alcuni parlamentari prevedono che non sarà semplice decidere chi sarà il blocco politico più idoneo a svolgere la missione. 

In un comunicato, un gruppo di manifestanti ha delineato le caratteristiche del futuro premier da loro desiderato. A detta del popolo iracheno, deve trattarsi di una persona indipendente e imparziale, che non abbia assunto alcun incarico in passato. Una persona che rispetti i diritti e le libertà, in grado altresì di scendere per strada come un comune cittadino. I manifestanti richiedono poi una persona con competenze in ambito amministrativo, in grado di risolvere le diverse problematiche delle istituzioni statali, e coraggiosa, per poter affrontare la corruzione dilagante e la criminalità.

Il popolo iracheno è sceso in piazza il 1° ottobre scorso per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime.  I manifestanti hanno evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la disoccupazione, in particolare giovanile. Dopo circa due settimane di pausa, le proteste sono riprese il 25 ottobre scorso e da allora non si sono ancora placate.

Secondo l’ultimo bilancio riportato nel resoconto di al-Jazeera, sono stati circa 420 i morti causati dalla violenta ondata di proteste, spingendo la Magistratura ad intervenire per portare davanti alla giustizia i responsabili delle operazioni di repressione, che hanno visto altresì l’impiego di proiettili vivi e gas lacrimogeni.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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