Yemen: l’esercito yemenita attacca, speranza nell’accordo di Riad

Pubblicato il 2 dicembre 2019 alle 17:44 in Medio Oriente Yemen

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Le forze del governo yemenita centrale hanno condotto, il 1° dicembre, un attacco contro la città di Taizz, situata nel Sud-Ovest dello Yemen, provocando la morte di uno dei comandanti dei ribelli sciiti Houthi.

Si è trattato di un bombardamento effettuato per mezzo di artiglieria pesante. Secondo quanto riferito dal centro media dalla Brigata 170 di Difesa Aerea, il comandante ucciso si trovava nell’Est di Taizz, nell’area di al-Jahim. Si trattava di un generale di campo, noto con il nome di Abu al-Fadl al-Ansi. Anche un altro militante Houthi è rimasto ferito a seguito dell’attacco e trasportato verso il governatorato di Ibb.

Negli ultimi giorni, sia il fronte settentrionale sia quello orientale di Taizz stanno assistendo a violenti scontri tra i ribelli sciiti Houthi e le forze dell’esercito yemenita. Questi si sono intensificati dopo un attacco Houthi contro alcune postazioni delle forze yemenite, nell’ennesimo tentativo di riprendere il controllo delle aree perse in precedenza.

Nella stessa giornata, il 1° dicembre, è altresì giunta una dichiarazione del primo ministro del governo legittimo yemenita, Maeen Abdulmalik Saeed, il quale ha parlato del cosiddetto accordo di Riad, firmato ufficialmente il 5 novembre scorso, sotto l’egida dell’Arabia Saudita. Il patto è stato stipulato con l’obiettivo di porre fine alla lotta al potere nel Sud dello Yemen e ai combattimenti che hanno interessato le aree meridionali dal 7 agosto scorso, in cui le guardie presidenziali si sono scontrate con le forze secessioniste, rappresentate dal Consiglio di transizione meridionale. Per il Consiglio di Sicurezza tale patto potrà favorire una soluzione politica e globale non solo per il Sud ma per l’intero Paese, portando a termine il perdurante conflitto. 

La medesima idea è stata espressa dal premier yemenita, il quale ha definito l’accordo un passo importante per una pace globale. Sempre il 1° dicembre, Abdulmalik ha affermato che il governo yemenita è disposto a mettere in atto concretamente il suddetto accordo con onestà e determinazione, in quanto si tratta di un’intesa che ha scongiurato il rischio di un’ulteriore guerra civile e che ha gettato le basi per l’unificazione delle istituzioni economiche, militari e di sicurezza, sotto l’egida dell’autorità statale.

Le parole del premier sono giunte nel corso di un incontro tenutosi nella capitale provvisoria, Aden, con organizzazioni e agenzie delle Nazioni Unite operanti in Yemen. In tale quadro, secondo quanto riferito dal premier yemenita, il rafforzamento dello Stato stesso rappresenterà un punto fondamentale per realizzare gli obiettivi di pace e stabilità. Tuttavia, l’accordo necessita di persone ed entità, tra cui lo Stato e le sue istituzioni, che lo supportino e lo seguano, altrimenti rimarrà semplicemente “lettera morta”. Per tale motivo, è importante prestare sostegno agli attori statali, affinché possano essere in grado di portare a compimento i loro compiti.

Abdulmalik ha poi descritto la situazione in Yemen una “catastrofe umanitaria”, che può essere risolta affrontando il problema alla radice. Il governo legittimo yemenita si è detto pronto a rappresentare un punto di riferimento anche per gli enti internazionali impegnati nell’attuazione di piani umanitari a sostegno della popolazione yemenita.

La guerra civile in Yemen è scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui gli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbu Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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