Un’analisi dell’attentato terroristico a Londra

Pubblicato il 2 dicembre 2019 alle 10:26 in Il commento UK

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Londra è stata colpita da un lupo solitario, Usman Khan. 

Quando si conduce un’analisi per verificare il livello di pericolo che incombe su una città, i primi elementi da considerare sono tre. Il primo riguarda il tipo di arma utilizzata che, in entrambi i casi, è un coltello: può essere considerata una buona notizia. I terroristi, con le dovute eccezioni, hanno armi rudimentali quando non hanno alle spalle un’organizzazione. I fratelli Kouachi, che fecero strage della redazione di Charlie Ebdo, il 7 gennaio 2015, disponevano di mitragliatori che, purtroppo, sapevano anche utilizzare: l’attentato era stato realizzato con il sostegno di al Qaeda nello Yemen. Per non parlare della strage del Bataclan del 13 novembre 2015, sostenuta dai vertici dell’Isis: 130 morti con mitragliatori e cinture esplosive. I terroristi che possono contare su un’organizzazione complessa e ramificata tendono ad avere capacità offensive imponenti. Il secondo elemento da considerare è temporale e riguarda il calcolo del numero di giorni tra l’ultima strage e quella precedente. Se i giorni sono tanti, vuol dire che al Qaeda o l’Isis hanno una scarsa capacità di penetrazione in quella città, sia dal punto di vista ideologico, sia dal punto di vista organizzativo-militare. Anche in questo caso, le notizie sono buone. I giorni trascorsi tra l’ultimo attentato jihadista a Londra, avvenuto il 3 giugno 2017, e quello che abbiamo davanti agli occhi, sono moltissimi: quasi 900. Il terzo elemento su cui soffermarsi riguarda l’abilità dell’attentatore nel realizzare gli esplosivi. Nel caso di quest’ultimo attentato, la cintura esplosiva era finta. Questo vuol dire che l’aggressore non aveva ricevuto l’addestramento per realizzare una bomba, proprio perché non era in contatto con un’organizzazione capace di addestrarlo a Londra o all’Aia, oppure di pagargli un viaggio per recarsi in un campo di addestramento all’estero.

Sempre in sede di analisi della capacità di penetrazione dell’Isis nelle città europee, occorre sapere che le stragi jihadiste si dividono in tre categorie, come ho spiegato nel libro: “L’Isis non è morto, ha solo cambiato pelle” (Rizzoli 2018).

Alla prima categoria appartengono le stragi pianificate e finanziate dai capi dell’Isis, che sono anche le più letali perché realizzate da cellule addestrate: è il caso della strage del Bataclan. Nella seconda categoria ricadono le stragi delle “cellule autonome” e cioè gruppi di amici che agiscono in nome dell’Isis senza però poter contare sull’organizzazione centrale: è il caso della strage di Barcellona del 17 agosto 2017. La terza categoria è rappresentata dalle stragi dei lupi solitari, i quali possono essere distinti in lupi solitari addestrati e lupi solitari non addestrati. Un esempio di lupo solitario addestrato è Salmen Abedi che, il 22 maggio 2017, ha realizzato la strage al concerto di Ariana Grande a Manchester. Avendo ricevuto un addestramento militare, la sua bomba fece molti morti: ben 22. Un esempio di lupo solitario non addestrato, invece, è Ahmedi Hanachi, che, l’1 ottobre 2017, ha ucciso due ragazze con un coltello alla stazione di Marsiglia. Gli indizi emersi finora inducono a ritenere che l’ultimo attentatore del London Bridge sia un lupo solitario non addestrato. È dunque lecito aspettarsi che, nelle prossime ore, non avremo attentati a Londra realizzati da suoi eventuali complici o amici. Se ne avesse avuti, avrebbero agito insieme per accrescere la loro limitata capacità offensiva, come fecero i tre jihadisti che colpirono il London Bridge, il 3 giugno 2017. Anch’essi erano incapaci nell’uso degli esplosivi, tant’è vero che le loro cinture esplosive erano finte, e armati soltanto di coltelli. Dopo essersi abbattuti sulla folla con un’automobile, furono uccisi in un batter d’occhio dalla polizia, intervenuta otto minuti dopo avere ricevuto la prima telefonata di allarme. Ci auguriamo di non dover modificare questa nostra conclusione, ma gli elementi a nostra disposizione sembrano confermare quanto sapevamo già e cioè che l’Isis e al Qaeda hanno una capacità di penetrazione nelle città europee molto limitata. Evidentemente, i musulmani d’Europa non hanno trovato buone ragioni per cedere alla propaganda mortifera delle organizzazioni terroristiche. Il rischio sembra essere l’emulazione più che l’organizzazione. Anche questa può essere considerata una buona notizia in sede di analisi del rischio: l’emulazione è meno letale dell’organizzazione.

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Quest’articolo è apparso sulla prima pagina del Messaggero, riprodotto per gentile concessione del Direttore.

di Alessandro Orsini

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