Tensioni tra Italia e Cina sulla crisi di Hong Kong

Pubblicato il 2 dicembre 2019 alle 10:21 in Cina Il commento

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I rapporti tra la Cina e l’Italia sono scossi da un’improvvisa tensione. Pechino ha accusato l’Italia di volersi intromettere nella crisi di Hong Kong, schierandosi al fianco dei manifestanti democratici: “Grave errore, l’Italia non ha alcun diritto d’intromettersi nei nostri affari”. Parole dure che hanno suscitato la replica, altrettanto dura, di Luigi Di Maio e di Roberto Fico, in difesa della libertà del Parlamento italiano. La ragione del contendere è Joshua Wong, il leader del movimento democratico di Hong Kong. Pechino lo considera un pericoloso sovversivo, mentre i politici italiani lo ritraggono come un difensore della libertà. Hong Kong, giusto per riassumere la vicenda, è una città liberale in rivolta contro la Cina, che vorrebbe assorbirla nel proprio sistema autoritario. Un gruppo di parlamentari di Fratelli d’Italia ha organizzato una conferenza stampa al Senato, in cui Joshua Wong ha preso la parola in videoconferenza. Contro le proteste dell’ambasciatore cinese a Roma sono intervenuti anche Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Tutto questo pone il governo Conte in una posizione difficile che può essere compresa soltanto chiarendo ciò che sta accadendo all’Italia. All’Italia sta accadendo di non crescere più e, siccome l’economia è la base dello sviluppo di ogni popolo, il governo Conte vorrebbe beneficiare della crescita della Cina scatenando però le ire degli Stati Uniti che non vogliono accordi commerciali tra Roma e Pechino. Ne consegue che l’Italia, in questa marcia di avvicinamento verso la Cina, deve necessariamente proseguire in modo non lineare. Detto più semplicemente, l’Italia procedere “avanti e indietro”. Alla firma dei protocolli d’intesa, che adirano Trump, deve far seguire qualche crisi diplomatica, che rassereni la Casa Bianca.

Una volta precisato ciò che sta accadendo all’Italia, e cioè che non cresce economicamente, e una volta chiarito ciò che deve fare, e cioè una marcia “avanti e indietro”, dobbiamo domandarci che cosa potrà fare il governo Conte in futuro con la Cina. Per rispondere a questa domanda, occorre sapere che la crescita economica non è tutto. Essa è la condizione necessaria, ma non sufficiente, della prosperità degli italiani. Se le condizioni economiche sono buone, ma le alleanze internazionali sono cattive, la prosperità diventa un miraggio. Il caso dell’Iran lo dimostra: questo Paese potrebbe essere ricco, ma è povero, a causa delle sanzioni per punire le sue alleanze internazionali anti-israeliane con Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano e Bassar al Assad in Siria. Ciò significa che il governo Conte deve prendere la Cina, senza perdere gli Stati Uniti, giacché chi perde gli Stati Uniti perde la possibilità di essere prospero. Da questo punto di vista, le notizie non sono buone. Gli Stati Uniti sono infatti in cattivi rapporti con i Paesi con cui l’Italia ha un interesse a intrattenere buoni rapporti. Gli Stati Uniti sono in pessimi rapporti con l’Iran, che ha nell’Italia il proprio miglior partner commerciale in Europa. Inoltre, gli Stati Uniti sono in cattivi rapporti con la Russia e anche questo danneggia le imprese italiane. Con Trump, i rapporti sono diventati cattivi anche con la Cina, in cui l’Italia cerca una leva per rilanciare la propria economia. Il gioco strategico che conviene all’Italia, ovvero la marcia “avanti e indietro”, può funzionare se c’è una divisione dei compiti: da una parte, i parlamentari dell’opposizione, che sostengono i manifestanti di Hong Kong e vanno indietro; dall’altra, il ministro degli Esteri, che stringe accordi commerciali con la Cina e va avanti. Questo è esattamente il gioco strategico che stanno facendo gli Stati Uniti: Trump sostiene la Cina e i deputati americani sostengono i democratici di Hong Kong. Ovviamente, il gioco strategico italiano cessa di funzionare se il ministro degli Esteri entra in conflitto con il governo cinese. Anche in questo caso, le notizie non sono buone. Siccome l’Italia è in una campagna elettorale permanente, che debilita tutto il corpo dello Stato, Di Maio è stato risucchiato nella polemica con la Cina funzionale alla crescita dei consensi nel breve periodo. Meloni ha infatti preteso che Di Maio intervenisse, per metterlo in difficoltà, e così è stato: il leader del movimento 5 stelle non può rischiare di essere considerato meno democratico dei suoi oppositori.

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Quest’articolo è apparso sulla prima pagina del Messaggero, riprodotto per gentile concessione del Direttore.

di Alessandro Orsini

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