Iraq: cosa è successo in 60 giorni e cosa accadrà

Pubblicato il 2 dicembre 2019 alle 10:26 in Iraq Medio Oriente

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Dopo le dimissioni del primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi, giunte formalmente il 30 novembre scorso, le proteste non sono state completamente assopite ma numerosi sono gli interrogativi sullo scenario futuro del Paese.

Nella giornata del 2 dicembre, il Consiglio del Ministri ha convocato una prima riunione volta a discutere della legge elettorale e della formazione della prossima Commissione. La sessione sarà presieduta dal presidente del Consiglio dei Rappresentanti, Mohamed al-Halbousi, e vedrà la partecipazione dei capi e rappresentanti dei diversi blocchi politici. All’incontro del 2 dicembre farà seguito un simile meeting in sede parlamentare.

Secondo il sistema governativo vigente in Iraq, la posizione più ambita e ritenuta maggiormente rilevante è quella di presidente del potere esecutivo nonché capo generale delle forze armate, il quale è responsabile di gran parte delle questioni dello Stato. Per tale motivo, le dimissioni di Mahdi hanno dato vita ad una nuova fase, in cui ci si chiede se si sarà in grado di risolvere la crisi in cui perversa il Paese, ponendo altresì fine allo spargimento di sangue provocato dal 1° ottobre scorso.

A partire dal 2 dicembre, il presidente della Repubblica irachena, Barham Salih, avrà 15 giorni di tempo per assegnare ad un blocco politico o ad una persona specifica il compito di formare il nuovo esecutivo per il Paese. Tuttavia, alcuni parlamentari prevedono che non sarà semplice decidere chi sarà il blocco politico più idoneo a svolgere la missione. Non da ultimo, è stato sottolineato come l’ondata di proteste sia stata caratterizzata altresì da una divisione interna al blocco sciita. Da un lato, alcuni hanno appoggiato i manifestanti scesi per le strade del Paese, ritenendo le loro richieste legittime. Dall’altro lato, altri si sono detti fedeli ai propri leader e soprattutto all’Iran.

Sin dal 1° ottobre scorso, il popolo iracheno è sceso in piazza per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime. Dopo circa due settimane di pausa, le proteste sono riprese il 25 ottobre scorso e da allora non si sono ancora placate.

Secondo l’ultimo bilancio riportato nel resoconto di al-Jazeera, sono stati circa 420 i morti causati dalla violenta ondata di proteste, spingendo la Magistratura ad intervenire per portare davanti alla giustizia i responsabili delle operazioni di repressione, che hanno visto altresì l’impiego di proiettili vivi e gas lacrimogeni.

Uno degli episodi più violenti si è verificato il 28 novembre scorso, quando a Nassiriya sono stati 28 i manifestanti morti, oltre alle migliaia di feriti causate anche nel resto del Paese. Dopo tale episodio, il 29 novembre, l’Ayatollah Ali al-Sistani ha invitato la Camera dei Rappresentanti a sfiduciare il governo. Poche ore dopo, Mahdi ha presentato le proprie dimissioni, portando alla gioia dei manifestanti radunatisi nella piazza simbolo della capitale Baghdad, piazza Tahrir.

Si è trattato delle maggiori proteste contro il governo del premier Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma ha rappresentato una continuazione di quanto accaduto alcune settimane prima del suo inizio, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro. I manifestanti hanno evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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