Gaza: Israele e Hamas tornano a negoziare una nuova tregua

Pubblicato il 1 dicembre 2019 alle 6:33 in Israele Palestina

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Israele e Hamas hanno ripreso i colloqui per accordarsi su un cessate il fuoco di lungo termine sulla striscia di Gaza. È quanto hanno riferito alcune fonti locali, secondo cui le trattative sarebbero state riavviate qualche giorno fa e tratterebbero, tra le questioni più importanti, il tema dei prigionieri israeliani detenuti da tempo nel territorio della Striscia. Le altre tematiche incluse nel pacchetto sono la costruzione di un impianto di desalinizzazione finanziato dalla Turchia, la realizzazione di un ospedale con il contributo degli Stati Uniti e l’installazione di una nuova centrale che aumenti il rifornimento elettrico a Gaza.

Secondo quanto riferito da The Jerusalem Post, nei prossimi giorni è atteso un incontro tra il Coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, Nikolay Mladenov, e la leadership di Hamas. Le questioni messe sul tavolo da Mladenov saranno quella dei prigionieri, degli ostaggi, delle persone disperse e del blocco sulla Striscia di Gaza. Nella zona sono ancora trattenuti i resti di 2 soldati israeliani, Oron Shaul e Hadar Goldin, morti durante la guerra del 2014. Anche 2 civili, sempre di nazionalità israeliana, sarebbero bloccati nella Striscia dopo essere sconfinati per sbaglio nell’enclave palestinese.  

Il quotidiano israeliano riporta anche le dichiarazioni di un alto ufficiale di Hamas nella Striscia di Gaza, Khalil al-Hayya, il quale ha negato i progressi con Israele nelle trattative per lo scambio di prigionieri. “Non ci sono stati progressi nei negoziati sull’occupazione”, ha riferito al-Hayya. “Il governo israeliano non è disposto a pagare il prezzo di un nuovo scambio di prigionieri”, ha aggiunto. Al-Hayya ha però dichiarato che, da parte sua, Hamas è pronto a negoziare un nuovo accordo. “Noi siamo pronti, il nostro team per le negoziazioni è pronto, i file sono pronti e le decisioni sono pronte. Siamo pronti per una maratona di negoziati ma a condizione che l’occupazione sia pronta a pagarne il prezzo. Israele, però, non sembra pronto”.

Aerei da guerra israeliani avevano condotto attacchi, nelle prime ore di mercoledì 27 novembre, nelle aree meridionali della Striscia di Gaza. In particolare, l’obiettivo erano le postazioni di Hamas, e del suo braccio armato, ovvero le Brigate Ezzedin al-Qassam, situate presso le città di Rafah e Khan Yunis. Secondo quanto riferito da Israele, i raid giungevano come risposta ad alcuni missili lanciati da parte palestinese ed intercettati da Tel Aviv nei giorni precedenti.

Il 14 novembre era stata imposta una tregua sulla Striscia di Gaza, poi immediatamente violata nelle prime ore di venerdì 15 novembre. In particolare, il cessate il fuoco aveva fatto seguito ad una violenta escalation durata circa 48 ore e iniziata il 12 novembre, quando raid israeliani avevano causato l’uccisione del comandante del Movimento per il Jihad Islamico in Palestina, Baha Abu al-Ata. Tale ondata di violenza ha causato circa 34 morti e 111 feriti, secondo quanto riferito dal Ministero della Salute di Gaza. Tuttavia, in tale contesto, erano stati presi di mira semplicemente obiettivi del Movimento, evitando di colpire Hamas.

Il Movimento per il Jihad Islamico è, a sua volta, il secondo gruppo più influente nell’area ed è appoggiato da uno dei principali nemici di Israele, l’Iran. Le Brigate al-Quds, l’ala militare, chiamate in arabo “Saraya al-Quds”, sono attive soprattutto in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, dove contrastano la presenza militare di Israele attraverso operazioni terroristiche. Il fine ultimo delle Brigate è la creazione di uno Stato Islamico e l’insediamento dei palestinesi in una patria legittima, secondo i confini stabiliti del 1948. Tuttavia, il gruppo è contrario alla propria partecipazione ai processi di pace e ai negoziati tra le parti coinvolte.

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Chiara Gentili

di Redazione

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