Sudan: approvata legge che smantella il regime dell’ex presidente al-Bashir

Pubblicato il 30 novembre 2019 alle 6:49 in Africa Sudan

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Il governo di transizione sudanese ha approvato una legge per “smantellare” il regime dell’ex presidente Omar al-Bashir, destituito l’11 aprile 2019 in seguito a un’ondata di proteste contro il suo operato. La disposizione normativa prevede la dissoluzione del suo partito politico e la confisca di tutte le proprietà, conformemente a quanto richiesto dai cittadini sudanesi. La legge è stata approvata venerdì 29 novembre durante un incontro congiunto, durato alcune ore, tra l’esecutivo e il Consiglio sovrano del Paese.

L’Associazione dei professionisti sudanesi (SPA), uno dei principali organi promotori delle manifestazioni antigovernative, ha accolto positivamente la legge, definendola “un passo importante sulla strada della costruzione di uno Stato civile democratico”. Il primo ministro, Abdalla Hamdok, ha affermato su Twitter che la legge non è stata un atto di vendetta, ma un provvedimento volto a salvaguardare “la dignità del popolo sudanese”. “Abbiamo approvato questa legge durante un incontro congiunto per stabilire la giustizia e rispettare la dignità delle persone, salvaguardare le loro conquiste e fare in modo che la loro ricchezza possa essere recuperata”, ha scritto Hamdok. Tuttavia, il Partito del Congresso nazionale dell’ex presidente al-Bashir ha condannato la decisione e ha chiamato “illegale” il nuovo governo al potere nella nazione africana. Il partito ha poi accusato le autorità di voler confiscare le sue proprietà per tentare di risolvere la crisi economica in Sudan. “Fare affidamento sui beni del partito, se ce ne sono, non è altro che uno scandalo morale, un atto di avvilimento intellettuale e un fallimento totale da parte del governo illegale”, ha detto il Partito del Congresso Nazionale sulla sua pagina Facebook.

Nel frattempo, durante la stessa seduta in cui è stata approvata la legge di “smantellamento” del regime precedente, il governo ha altresì deciso l’abrogazione di una legge, utilizzata durante l’epoca di al-Bashir, per regolare l’abbigliamento e i comportamenti femminili. La norma, che serviva a imporre codici sociali islamici conservatori, limitava la libertà di movimento, associazione, abbigliamento, lavoro e studio delle donne. In passato, era stata ampiamente criticata da diversi gruppi locali e internazionali per la difesa dei diritti umani.

Le proteste in Sudan sono iniziate il 19 dicembre 2018 e in pochi mesi hanno portato al rovesciamento dell’ex presidente al-Bashir, l’11 aprile 2019.  Il leader sudanese è stato rimosso, dopo 30 anni al potere, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo il generale Abdel Fattah al-Burhan. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile.

Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio e promette di guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario da parte dell’ex presidente Omar al-Bashir. Il nuovo governo di transizione, nato il 7 settembre dall’ accordo di condivisione dei poteri tra la fazione civile e quella militare del Sudan, ha espresso tutto il suo impegno nel cercare di risolvere le dispute che interessano soprattutto le zone del Darfur, del Nilo Blu e del Kordofan meridionale. Hamdok ha ribadito anche in prima persona quest’intenzione e ha sottolineato che una ridotta spesa militare, favorita dal ripristino della pace, potrebbe altresì stabilizzare l’economia del Paese, attualmente in sofferenza.

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Chiara Gentili

di Redazione

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