La polizia si ritira dal Policlinico di Hong Kong, previste nuove proteste

Pubblicato il 29 novembre 2019 alle 16:29 in Asia Hong Kong

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La polizia di Hong Kong si è ritirata dal campus del Politecnico, il 29 novembre, mentre i manifestanti stanno promuovendo nuove proteste per il fine settimana.

Alcuni funzionari del Politecnico di Hong Kong hanno visitato gli edifici dopo che la polizia se n’è andata. Secondo quanto riferito, il campus sarebbe estremamente danneggiato, con finestre fracassate, detriti ovunque e pile di oggetti incendiati. “La biblioteca, molte aule e i laboratori sono stati distrutti. Ma non c’è stata alcuna perdita di vite umane. Abbiamo insistito sull’adozione di un metodo umano di risolvere la crisi “, ha riferito ai giornalisti il presidente dell’università, Teng Jin-Guang. La polizia ha arrestato più di 1.300 persone durante i disordini all’università, iniziati il 18 novembre, quando un gruppo di manifestanti si è barricata dentro la struttura. Durante la giornata del 20 novembre, un gruppo di manifestanti rimasti nel Politecnico, con stivali impermeabili e torce, hanno provato a trovare una via di fuga attraverso le fogne. Il tentativo non ha avuto successo e il gruppo è riemerso all’interno del campus. L’università era stata definitivamente sgomberata il 27 novembre. 

Alcune centinaia di manifestanti si sono riuniti, venerdì 29 novembre, di fronte al consolato britannico sollecitando Londra a estendere la cittadinanza ai residenti di Hong Kong nati prima del 1997, anno in cui la città è “tornata alla Cina”. I manifestanti chiedono di essere classificati come cittadini britannici d’oltremare. Hanno cantato “We are all Simon”, riferendosi a un ex dipendente del consolato, Simon Cheng. L’uomo ha denunciato di essere stato picchiato e torturato dalla polizia segreta cinese, che era in cerca di informazioni sugli attivisti durante le proteste. Altre manifestazioni sono previste per il fine settimana, tra cui una di studenti delle scuole secondarie, una contro l’uso di gas lacrimogeni vicino ai bambini e una “marcia di gratitudine” di fronte al consolato degli Stati Uniti.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha approvato una legge a sostegno dei manifestanti di Hong Kong, il 27 novembre, causando la furia della Cina. “Ho firmato questi documenti per rispetto del presidente Xi, della Cina e del popolo di Hong Kong”, ha dichiarato Trump in una nota. Da parte sua, il Ministero degli Esteri di Pechino ha risposto, il giorno successivo, ribadendo la condanna contro l’ingerenza straniera e promettendo “ferme contromisure”. Il governo di Hong Kong, che domenica 24 novembre ha subito una dura sconfitta alle elezioni distrettuali, ha espresso “estremo rammarico”. Trump era stato vago sul fatto che avrebbe firmato o posto il veto alla legislazione, dato il delicato momento nei rapporti con Pechino. Gli Stati Uniti stanno cercando di concludere un accordo con la Cina per porre fine alla guerra commerciale e tale questione è considerata una priorità assoluta per la campagna elettorale del 2020. 

Le mobilitazioni ad Hong Kong sono iniziate il 31 marzo e sono nate a seguito della presentazione di una controversa proposta di legge che prevedeva l’estradizione in Cina. La proposta è stata ritirata, ma dopo pochi mesi, si sono trasformate in una sfida contro il governo della città e contro l’influenza di Pechino. Oggi, sono diventate quotidiane e i leader delle proteste stanno cercando il supporto internazionale contro l’ingerenza cinese nella città semi-autonoma. Hong Kong è “tornata alla Cina” nel 1997 e ha perso il suo status di colonia britannica, ma i rapporti tra Pechino e la città sono regolati dalla Basic Law, una mini-Costituzione, prodotta nel corso delle trattative sino-britanniche. Tale documento definisce l’organizzazione di Hong Kong come una “regione amministrativa speciale” della Repubblica Popolare Cinese e sarà in vigore fino al 2047.

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Maria Grazia Rutigliano

 

 

di Redazione

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