Siria: esplosioni ad Aleppo, morti due soldati turchi al confine

Pubblicato il 28 novembre 2019 alle 13:32 in Siria Turchia

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Due esplosioni hanno causato numerosi feriti nella città di Al-Bab e Afrin, situate nel governatorato di Aleppo, nel Nord-Ovest della Siria, nella mattina di giovedì 28 novembre.

In particolare, ad Afrin, un’autobomba è esplosa nei pressi dell’ospedale al-Farabi. Ciò si è verificato dopo che, nella tarda serata del 27 novembre, diversi civili e 4 membri delle forze di Difesa civile siriana, altresì nota con il nome di “White Helmets”, sono rimasti feriti a causa di missili lanciati dall’esercito del regime, coadiuvato da Mosca, nel governatorato di Idlib.  

Nella stessa giornata, la Turchia ha reso noto che due dei suoi soldati sono stati uccisi nel Sud del Paese, al confine con la Siria, a causa di proiettili di mortaio provenienti dalla Siria. A riferirlo è stato il Ministero della Difesa turco, riferendosi ad un attacco della sera del 27 novembre contro la base militare di Akçakale, situata al confine siro-turco. Questa si trova sul lato opposto a Tell-Abyad, il cui controllo è stato assunto dalla Turchia e dalle forze affiliate dell’opposizione siriana nel corso dell’operazione turca “Fonte di pace”, del 9 ottobre scorso. A detta del Ministero, Ankara ha risposto ai colpi di mortaio aprendo immediatamente il fuoco e le operazioni sono ancora in corso.

La Siria è testimone di un perdurante conflitto civile, che ha avuto inizio il 15 marzo 2011. A causa della guerra, metà dei 3 milioni di abitanti dell’area Nord- occidentale del Paese è stata costretta a rifugiarsi in altre zone della Siria, in seguito alle ripetute offensive del presidente, Bashar Al-Assad. La Turchia è sostenitrice dei ribelli, dissidenti del regime. L’area Nord-occidentale, tra cui Idlib, rappresenta l’ultima porzione di territorio ancora nelle mani dei ribelli.

Sin dalla fine del mese di aprile 2019, la provincia di Idlib e le aree adiacenti, nel Nord-Ovest del Paese, hanno assistito ad un’escalation di bombardamenti da parte di Siria e Russia, cui si aggiungono i violenti combattimenti concentrati nell’area settentrionale di Hama. Sebbene nei primi tre mesi i combattimenti fossero concentrati soprattutto nell’area rurale di Hama, le forze del regime hanno iniziato, l’8 agosto, ad ampliare il proprio raggio di azione nella periferia meridionale di Idlib.

Alla guerra civile, si è aggiunta, il 9 ottobre scorso, l’operazione “Fonte di pace”, promossa dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, diretta contro i militanti curdi. L’operazione in Turchia, secondo Erdogan, era necessaria per salvaguardare la sicurezza turca contro tali fazioni e funzionale a rimpatriare alcuni dei 3.6 milioni di rifugiati siriani che Ankara ospita. Le Syrian Democratic Forces (SDF) sono state il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria. Tuttavia, negli ultimi anni, erano riuscite ad ampliare il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali della Siria, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. La Turchia descrive le forze curde una “organizzazione terroristica” a causa di legami con il Partito dei lavoratori del Kurdistan.

Dopo oltre una settimana di combattimenti e numerose vittime, gli Stati Uniti hanno finalizzato un accordo con la Turchia per un cessate il fuoco temporaneo, il 17 ottobre. Tuttavia, i combattimenti sono continuati in alcune città. Il 22 ottobre, infine, il presidente turco ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno raggiunto un’intesa a Sochi, nel Sud della Russia. Le due parti hanno concordato sulla necessità di respingere le forze curde dalla “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km. Tra i diversi punti concordati, vi è poi l’istituzione di un centro operativo congiunto.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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