Rep. Dem. del Congo: continuano le proteste contro il personale dell’ONU

Pubblicato il 27 novembre 2019 alle 15:43 in Africa Rep. Dem. del Congo

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Le proteste contro la forza di peacekeeping delle Nazioni Unite, nella Repubblica Democratica del Congo, si sono diffuse dalla città nordorientale di Beni ad altre parti della regione, dove la popolazione si sente indifesa di fronte agli attacchi dei gruppi armati.

Mercoledì 27 novembre, i manifestanti della città di Goma hanno bloccato la strada principale che porta a Beni, città in cui, domenica, erano iniziate le prime proteste contro la missione delle Nazioni Unite nel Paese, la MONUSCO. La corrispondete di Al Jazeera nella Repubblica Democratica del Congo, Catherine Wambua-Soi, ha riferito che gli abitanti di Goma hanno utilizzato bastoni e pietre per bloccare il traffico sulla via principale della città. “La polizia è stata costretta ad usare gas lacrimogeni e a sparare proiettili in aria”, ha dichiarato Wambua-Soi, aggiungendo che nella città “tutti sembrano essere molto arrabbiati, dicono che non vogliono la MONUSCO e che le forze di peacekeeping se ne devono andare”.

Martedì 26 novembre, i manifestanti avevano tentato di farsi strada verso una base delle Nazioni Unite vicino all’aeroporto di Goma, ma erano stati immediatamente respinti dai soldati del governo. Tuttavia, ha chiarito Wambua-Soi, i dimostranti non sono intenzionati ad arrendersi e ci riproveranno nei prossimi giorni.

Le proteste si sono diffuse anche a Butembo, 57 km a Sud di Beni, dove un manifestante è stato ucciso, martedì 26 novembre, dopo violenti scontri con le forze di sicurezza. Secondo il sindaco di Butembo Sylvain Kanyamanda, i dimostranti, per lo più giovani, hanno tentato di attaccare alcuni membri del personale delle Nazioni Unite presso il centro di accoglienza di Kikyo. La polizia ha usato gas lacrimogeni e colpi di avvertimento per disperderli.

I manifestanti accusano sia le forze di sicurezza della Repubblica Democratica del Congo sia i membri della missione di peacekeeping MONUSCO di non fare abbastanza per fermare gli attacchi dei ribelli ai civili. In particolare, le proteste si sono scatenate dopo che 8 persone erano state uccise, domenica 24 novembre, in un attentato condotto da alcuni militanti contro un villaggio della città di Beni. Gli aggressori farebbero parte delle Forze Democratiche Alleate, un gruppo armato che opera sia nella Repubblica Democratica del Congo sia nella vicina Uganda. Lunedì 25 novembre, i manifestanti arrabbiati hanno attaccato diversi edifici delle Nazioni Unite e hanno dato fuoco all’ufficio del sindaco, scatenando la risposta delle forze armate. Negli scontri con gli agenti di sicurezza, circa 4 persone sono rimaste uccise.

“Siamo consapevoli che i manifestanti si stanno facendo strada e stiamo intraprendendo ogni sforzo per continuare il dialogo con tutti loro e con i leader delle proteste, così come con le autorità nazionali, per garantire la calma e il ritorno alla pace e alla sicurezza”, ha detto Omar Aboud, capo delle forze militari delle Nazioni Unite a Beni. “La gente si chiede: Perché l’ONU è qui? e, dal momento che il suo esercito è piuttosto disorganizzato, non si sente affatto protetta”, ha dichiarato la corrispondente locale di Al Jazeera, Wambua-Soi.

L’esercito della Repubblica Democratica del Congo ha iniziato un’offensiva lungo il confine ugandese il 30 ottobre 2019. In questa zona, le Forze Democratiche Alleate sono operative da oltre due decenni. Si tratta di una delle numerose fazioni armate attive nell’est del Congo a partire dalla fine della guerra, protrattasi nel Paese dal 1998 al 2003. Alcuni attentati perpetrati dal gruppo ugandese sono stati rivendicati dall’Isis, ma i legami tra le formazioni terroristiche non sono ancora del tutto chiari.

Si stima che circa 160 formazioni ribelli, con un totale di oltre 20.000 combattenti, siano ancora attivi nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Negli ultimi 20 anni, le Nazioni Unite hanno cercato di stabilizzare la situazione del Paese africano dispiegando una forza di pace di circa 15.000 persone.

Il presidente della Repubblica Democratica del Congo, Felix Tshisekedi, eletto a gennaio 2019, sta tentando di riportare la stabilità nelle regioni orientali del Paese, dove sono frequenti anche gli scontri armati tra vari gruppi etnici. Diversi membri delle milizie si sono arresi, sono stati catturati o sono rimasti uccisi ma la violenza persiste, soprattutto nella provincia di Nord Kivu, a Sud di Ituri.

Dopo aver guadagnato l’indipendenza dal Belgio, nel 1960, La Repubblica Democratica del Congo, Stato africano ricco di risorse, non è mai riuscito ad effettuare una transizione di potere pacifica. La violenza ha raggiunto il culmine e si è estesa in tutta la nazione dopo che l’attuale presidente congolese, Joseph Kabila, nel dicembre 2016, ha deciso di rimanere al potere per il terzo mandato presidenziale. Da allora, il conflitto ha forzato più di 1 milione e mezzo di congolesi ad abbandonare le proprie case, mentre più di 3,000 sono morti, tra l’ottobre 2016 e l’agosto 2017, nella sola regione di Greater Kasai. Il 4 agosto 2017, l’UNICEF ha denunciato la situazione, rendendo noto che la Repubblica Democratica del Congo sta affrontando una delle peggiori crisi umanitarie al mondo.

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Chiara Gentili

di Redazione

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