Hong Kong: l’apparente calma dopo le elezioni

Pubblicato il 27 novembre 2019 alle 8:55 in Asia Hong Kong

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Il Politecnico di Hong Kong è stato liberato da tutti i manifestanti e uno dei principali collegamenti autostradali, il Cross-Harbour Tunnel, è stato riaperto, il 27 novembre. Tuttavia, arrivano notizie dello stanziamento di un’unità di crisi cinese al confine con la città. 

 I funzionari dell’università, interessata da giorni di intense proteste, hanno dichiarato che nel campus non c’è più nessuno. Le autorità di Hong Kong sperano che la tregua di sabato 23 e domenica 24 novembre, in occasione delle elezioni locali, possa durare. Tuttavia, nonostante l’euforia dei manifestanti per gli ottimi risultati, in cui i sostenitori della democrazia hanno ottenuto circa l’86% dei 452 seggi del consiglio distrettuale, sono previste nuove proteste per il fine settimana, tra cui una “marcia senza gas lacrimogeni per i bambini”. Da parte loro, le autorità cinesi hanno ribadito la necessità di “fermare la violenza e ristabilire l’ordine” dopo le elezioni.

Secondo quanto riferito da Reuters, Pechino ha istituito un centro di comando di crisi a Shenzhen, appena oltre il confine con Hong Kong, per far fronte alle proteste. Queste, infatti, rappresentano la più grande sfida al partito comunista cinese, da quando il presidente Xi Jinping è salito al potere, nel 2012. Le elezioni hanno attirato un’affluenza record in tutta la città e sono state viste come un voto di sfiducia nei confronti della governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, appoggiata da Pechino. 

Inoltre, l’apertura del tunnel di Cross-Harbor, avvenuta nelle prime ore del 27 novembre, è arrivata solo a seguito dello sgombero del vicino Politecnico. Quando un gruppo di manifestanti si è barricato all’interno della struttura universitaria, i caselli erano stati distrutti, erano stati appiccati fuochi e gettati mattoni in autostrada, interrompendo gravemente il traffico tra l’isola di Hong Kong e la penisola di Kowloon. I media di Hong Kong hanno mostrato un flusso costante di veicoli che si riversavano nel tunnel dopo la sua riapertura.

Le mobilitazioni ad Hong Kong sono iniziate il 31 marzo e sono nate a seguito della presentazione di una controversa proposta di legge che prevedeva l’estradizione in Cina. La proposta è stata ritirata, ma dopo pochi mesi, si sono trasformate in una sfida contro il governo della città e contro l’influenza di Pechino. Oggi, sono diventate quotidiane e i leader delle proteste stanno cercando il supporto internazionale contro l’ingerenza cinese nella città semi-autonoma. Hong Kong è “tornata alla Cina” nel 1997 e ha perso il suo status di colonia britannica, ma i rapporti tra Pechino e la città sono regolati dalla Basic Law, una mini-Costituzione, prodotta nel corso delle trattative sino-britanniche. Tale documento definisce l’organizzazione di Hong Kong come una “regione amministrativa speciale” della Repubblica Popolare Cinese e sarà in vigore fino al 2047. 

Gli attivisti pro-democrazia di Hong Kong hanno 4 principali richieste, oltre quella relativa al ritiro di una proposta di legge che permetteva l’estradizione in Cina, che l’esecutivo di Hong Kong ha cancellato definitivamente il 4 settembre. La prima riguarda l’avvio di una inchiesta indipendente su ciò che è accaduto nel corso delle proteste, sia in riferimento alla condotta dei manifestanti, ma sopratutto per quanto riguarda l’utilizzo della violenza da parte delle autorità. La seconda è quella di ottenere elezioni libere e democratiche, sul modello di Taiwan. La terza richiesta prevede invece l’abbandono del termine “rivolta” in riferimento alle manifestazioni in corso ad Hong Kong. Infine, gli attivisti chiedono che vengano annullati i capi d’accusa indirizzati contro coloro che fino ad ora sono stati arrestati. 

di Redazione

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