USA richiamano in patria ambasciatore americano in Sud Sudan

Pubblicato il 26 novembre 2019 alle 17:06 in Sud Sudan USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Gli Stati Uniti hanno deciso di rimpatriare temporaneamente il loro ambasciatore in Sud Sudan, descrivendo la mossa come una reazione ai fallimenti del governo sud sudanese nei negoziati di pace con l’opposizione. Il Segretario di Stato Mike Pompeo ha commentato su Twitter la decisione definendola un provvedimento con scopi consultivi e scrivendo che il diplomatico statunitense, Thomas Hushek, è stato chiamato indietro perché le relazioni tra il governo degli Stati Uniti e quello del Sud Sudan devono essere rivalutate. “Lavoreremo con la regione per supportare gli sforzi volti a ottenere la pace e una transizione politica di successo in Sud Sudan”, ha comunque chiarito il Segretario di Stato.

Gli Stati Uniti, che contribuiscono allo sviluppo del Paese africano con circa 1 miliardo di dollari all’anno in aiuti umanitari, sono delusi dalla mancanza di progressi nelle trattative per la formazione di un nuovo governo di unità nazionale. Già il 14 novembre, gli USA avevano manifestato il loro disappunto affermando che avrebbero riesaminato le loro relazioni con le autorità di Juba. Il governo sud sudanese sta faticando a creare un esecutivo di coalizione con il principale leader dell’opposizione, Riek Machar, e il fragile accordo di pace stipulato tra quest’ultimo e il presidente Salva Kiir non sembra destinato ad avere successo nel breve periodo. Dopo aver già mancato la scadenza del 12 novembre, i due leader hanno deciso di posticipare di altri 100 giorni la formazione del nuovo governo. La ragione del ritardo riguarda la necessità di risolvere alcune questioni fondamentali di governance e sicurezza.

Hushek ritornerà a Washington per incontrare i principali alti funzionari statunitensi come parte di un’operazione di rivalutazione dei rapporti tra Stati Uniti e Sud Sudan visti gli sviluppi recenti. Il sottosegretario di Stato aggiunto per gli affari africani negli USA, Tibor Nagy, ha affermato: “La comunità internazionale sta fornendo cibo, medicine, praticamente tutti i beni essenziali che il governo avrebbe la responsabilità di procurare. Quest’ultimo se ne sta con le mani in mano”. La missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan la scorsa settimana ha chiesto all’Unione Africana e agli altri attori internazionali di concedere alle autorità di Juba la possibilità di risolvere i suoi conflitti irrisolti nell’ambito del rinnovato accordo di pace tra le parti.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, avendo ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. È uno dei Paesi maggiormente frammentati dell’Africa centrale e comprende più di 60 gruppi etnici che seguono diverse religioni locali. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli a Kiir, hanno avviato scontri con quelli di etnia nuer, guidati da Machar, e accusati di preparare un colpo di Stato. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, in seguito alla rivalità per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM). Tale conflitto ha prodotto quasi 4 milioni di sfollati, che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Per evitare di essere assassinato, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica.

Kiir e Machar avevano firmato un cessate il fuoco il 5 agosto scorso, concludendo anche un accordo per la condivisione del potere. Tuttavia, il 28 agosto, Machar e i capi di altri gruppi si erano rifiutati di firmare l’ultima parte dell’accordo, asserendo che le dispute sulla divisione del potere e sull’adozione di una nuova Costituzione non erano state gestite in modo efficiente.

I due leader erano poi tornati a negoziare la pace nel settembre 2018 sottoscrivendo, grazie alla pressione di potenze regionali e internazionali, il noto accordo. Da quel momento Machar, che vive a Khartoum, in Sudan, era tornato in patria solo una volta, nell’ottobre scorso, per celebrare la firma del patto. Secondo quanto previsto dall’accordo, Machar sarebbe destinato a ricoprire nuovamente il ruolo di vicepresidente. Un’altra disposizione fondamentale prevista dal trattato riguarda la reintegrazione dei ribelli nell’esercito, condizione anch’essa rimasta ancora inattuata.

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Chiara Gentili

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.