Siria: esplosioni nel Nord di Aleppo, scontri a Latakia

Pubblicato il 26 novembre 2019 alle 9:06 in Medio Oriente Siria

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L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha riferito, martedì 26 novembre, che diverse esplosioni hanno interessato le aree controllate dalle fazioni affiliate alla Turchia, nel Nord di Aleppo.

Queste sono state causate da raid aerei di provenienza sconosciuta. In particolare, secondo quanto riportato da fonti locali, le esplosioni sono state 6 e hanno colpito, nello specifico, il villaggio di Tarhine, di al-Burj e il Sud della città di Jarabulus. Diversi cittadini sono stati feriti mentre alcuni depositi di idrocarburi sono andati in fiamme.

In tale quadro, alcune fonti hanno riferito all’ Osservatorio siriano che aerei da ricognizione turchi hanno poi sorvolato la città di Marea, nel Nord del governatorato di Aleppo, e si prevede che la Turchia intenda effettuare una nuova operazione simile a quella condotta dalle forze della coalizione internazionale anti-ISIS che, il 26 ottobre scorso, ha causato la morte del leader dell’ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi.

Un’altra notizia del 26 novembre, dell’Ossservatorio Siriano, riferisce del lancio di container esplosivi nell’area rurale di Latakia, nel Nord-Ovest della Siria. Inoltre, a detta della medesima fonte, aerei russi hanno condotto attacchi contro l’area meridionale di Idlib. A tal proposito, grazie al sostegno russo, le forze del regime sono state in grado di prendere il controllo di nuovi villaggi dell’area rurale di Latakia. I diversi scontri hanno, però, lasciato vittime sia tra le file del regime, coadiuvate da Mosca, sia tra i combattenti ribelli. In particolare, a detta dell’Osservatorio, sono stati 19 i combattenti delle fazioni di opposizione uccisi in 24 ore, mentre sono stati 8 i membri dell’esercito del regime morti.

La Siria è testimone di un perdurante conflitto civile, che ha avuto inizio il 15 marzo 2011. A causa della guerra, metà dei 3 milioni di abitanti dell’area Nord- occidentale del Paese è stata costretta a rifugiarsi in altre zone della Siria, in seguito alle ripetute offensive del presidente, Bashar Al-Assad. La Turchia è sostenitrice dei ribelli, dissidenti del regime. L’area Nord-occidentale, tra cui Idlib, rappresenta l’ultima porzione di territorio ancora nelle mani dei ribelli.

Sin dalla fine del mese di aprile 2019, la provincia di Idlib e le aree adiacenti, nel Nord-Ovest del Paese, hanno assistito ad un’escalation di bombardamenti da parte di Siria e Russia, cui si aggiungono i violenti combattimenti concentrati nell’area settentrionale di Hama. Sebbene nei primi tre mesi i combattimenti fossero concentrati soprattutto nell’area rurale di Hama, le forze del regime hanno iniziato, l’8 agosto, ad ampliare il proprio raggio di azione nella periferia meridionale di Idlib.

Alla guerra civile, si è aggiunta, il 9 ottobre scorso, l’operazione “Fonte di pace”, promossa dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, diretta contro i militanti curdi. L’operazione in Turchia, secondo Erdogan, era necessaria per salvaguardare la sicurezza turca contro tali fazioni e funzionale a rimpatriare alcuni dei 3.6 milioni di rifugiati siriani che Ankara ospita. Le Syrian Democratic Forces (SDF) sono state il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria. Tuttavia, negli ultimi anni, erano riuscite ad ampliare il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali della Siria, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. La Turchia descrive le forze curde una “organizzazione terroristica” a causa di legami con il Partito dei lavoratori del Kurdistan.

Dopo oltre una settimana di combattimenti e numerose vittime, gli Stati Uniti hanno finalizzato un accordo con la Turchia per un cessate il fuoco temporaneo, il 17 ottobre. Tuttavia, i combattimenti sono continuati in alcune città. Il 22 ottobre, infine, il presidente turco ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno raggiunto un’intesa a Sochi, nel Sud della Russia. Le due parti hanno concordato sulla necessità di respingere le forze curde dalla “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km. Tra i diversi punti concordati, vi è poi l’istituzione di un centro operativo congiunto.

Tra gli ultimi episodi, almeno 10 persone sono morte, e altre 25 sono rimaste ferite, a causa di un’autobomba esplosa, sabato 23 novembre, in una cittadina siriana di confine occupata a ottobre dalle milizie supportate da Ankara, Tel Abyad, considerata uno dei luoghi maggiormente interessati dalle violente operazioni turche.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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