Myanmar: processo di fronte alla corte marziale per abusi sui Rohingya

Pubblicato il 26 novembre 2019 alle 13:43 in Asia Myanmar

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L’esercito del Myanmar ha avviato un processo di fronte alla corte marziale per alcuni soldati, a seguito di un’indagine sulla repressione dei musulmani Rohingya. La decisione arriva mentre il Paese si prepara ad affrontare le accuse di genocidio di fronte al tribunale internazionale dell’Aia.

Soldati, polizia e abitanti dei villaggi buddisti sono accusati di aver raso al suolo centinaia di villaggi nel remoto stato occidentale di Rakhine, torturando la popolazione di Rohingya, costretti alla fuga. Il Myanmar, da parte sua, ha sempre sostenuto che l’esercito stava combattendo una legittima campagna anti-insurrezionale contro i militanti che attaccavano le postazioni di sicurezza. Un portavoce del governo, Zaw Min Tun, ha riferito che soldati e ufficiali di un reggimento che era stato inviato nel villaggio di Gu Dar Pyin, sede di un presunto massacro di Rohingya, erano “deboli nel seguire le regole di ingaggio”. In una dichiarazione pubblicata sul sito web ufficiale, l’esercito ha affermato che i soldati convocati in tribunale erano coinvolti in una serie di “incidenti” a Gu Dar Pyin. In tale villaggio sono state ritrovate almeno 5 fosse comuni, ma il Myanmar aveva negato qualsiasi accusa a tale riguardo. 

Tuttavia, in questo momento il Paese sta affrontando una serie di pressioni internazionali che riguardano il trattamento dei Rohingya. La leader del Myanmar, Aung San Suu Kyi, che aveva vinto un premio Nobel per la pace dopo aver sfidato la precedente giunta militare al potere, si recherà all’Aia per una serie di audizioni, a partire da dicembre, presso la Corte Internazionale di Giustizia. Il Gambia, un piccolo Stato principalmente musulmano dell’Africa occidentale, ha avviato una causa accusando il Paese di genocidio, dopo aver ottenuto il sostegno dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC), formata da 57 Nazioni. Il Myanmar afferma che questi sforzi internazionali violano la sua sovranità e ha promesso di condurre indagini autonome su tali accuse. Tuttavia, i provvedimenti presi fino ad ora sono assolutamente scarsi. 

I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni dalla maggioranza buddhista e dall’esercito. Tali violenze sono aumentate nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione internazionale. In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti della minoranza, vi è stato un esodo di circa 700.000 Rohingya verso il Bangladesh. L’Onu ha pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico sono accusati di genocidio nei confronti della minoranza musulmana. Alla voce delle Nazioni Unite si sono unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo. Alla funzionaria dell’Onu, Yanghee Lee, è stato impedito di entrare in Myanmar dal 2017, a causa delle sue critiche riguardanti il trattamento riservato ai Rohingya. Le autorità birmane hanno rifiutato la sua ultima richiesta di visitare il Paese.

Secondo la Lee, il governo guidato dal premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi è stato una “grande delusione”. Da quando Suu Kyi è salita al potere nel 2015, 44 giornalisti sono stati arrestati, secondo Athan, un gruppo che sostiene la libertà di espressione e che ha base a Yangon, una delle più grandi città antiche del Myanmar . Il numero comprende 2 reporter dell’agenzia di stampa Reuters, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, condannati a 7 anni di carcere dopo aver coperto la notizia riguardante il massacro di 10 Rohingya per mano delle forze armate governative. La strada intrapresa dal Paese asiatico è stata definita “allarmate” dalle associazioni per la tutela dei diritti umani. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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