Libano: un’altra notte di violenza

Pubblicato il 26 novembre 2019 alle 12:20 in Libano Medio Oriente

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Alcune delle principali piazze del Libano hanno assistito ad un’altra notte di tensione, tra il 25 ed il 26 novembre, nella cornice dell’ondata di mobilitazione popolare che ha avuto inizio il 17 ottobre scorso.

In particolare, nella città di Tiro, situata nel Sud, sostenitori del partito politico sciita Amal hanno preso d’assalto un sit-in organizzato nella piazza principale. A detta di un corrispondente di al-Jazeera, le tende allestite dai manifestanti sono state distrutte o bruciate. Membri dell’esercito sono stati costretti ad intervenire e a prendere misure adeguate, per prevenire un’escalation violenta della situazione. Nella capitale Beirut, invece, e, nello specifico, nell’area di Kula, si sono verificate sparatorie, a seguito del passaggio in motocicletta di membri di Amal ed Hezbollah. Questi si sono scontrati, nel medesimo luogo, con i rappresentanti del Future Movement, guidato dal premier dimessosi il 29 ottobre scorso, Saad Hariri.

Da parte sua, il Future Movement ha rilasciato una dichiarazione in cui ha invitato i sostenitori dei partiti sciiti ad evitare un’escalation che violi la pace e la sicurezza civile, oltre ad impedire eventuali conflitti che potrebbero peggiorare la situazione. Pertanto, Amal ed Hezbollah sono stati altresì esortati a collaborare con le forze di sicurezza e dell’esercito per portare la tregua nel Paese.

In tale quadro, nella giornata del 25 novembre, gli enti economici del Libano, che rappresentano la maggior parte delle istituzioni del settore privato, hanno richiesto la proclamazione di uno sciopero generale della durata di tre giorni, dal 28 al 30 novembre, con l’obiettivo di fare maggiore pressione sui diversi partiti politici e far sì che formino un governo nel breve termine e pongano fine alla crisi in cui riversa il Paese.

Le proteste in Libano durano, ormai, da più di cinque settimane. I manifestanti libanesi richiedono le dimissioni dell’attuale governo, elezioni anticipate con l’abbassamento dell’età degli elettori a 18 anni, e il contrasto alla corruzione dilagante tra i membri della classe politica al potere. Inoltre, è stata proposta la formazione di un governo tecnocratico, formato da esperti in grado di attuare le riforme di cui necessita il Paese.

A seguito delle dimissioni di Hariri, sino ad ora, non è stato ancora raggiunto un accordo sul nuovo esecutivo. Il membro permanente del Regno Unito al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e suo presidente per il mese di novembre, Karen Pierce, a margine di una riunione a porta chiuse del 25 novembre, ha sottolineato la necessità di formare un governo in grado di esercitare pieni poteri in Libano, con il fine di rispondere alle esigenze del popolo libanese e ristabilire la stabilità nazionale. In tale occasione, il Consiglio di Sicurezza ha esortato le parti interessate ad intraprendere un dialogo nazionale tra i diversi attori politici, oltre a preservare la natura pacifica delle proteste.

La causa diretta che ha portato migliaia di cittadini libanesi a scendere in piazza è un piano governativo che prevede l’imposizione di una nuova tassa, dal valore di circa 20 centesimi di dollari USA, relativa all’applicazione di messaggistica istantanea WhatsApp. Sebbene alcuni abbiano definito l’ondata di proteste “La rivoluzione di WhatsApp”, si tratta di un punto di svolta dopo mesi di malcontento popolare, causato dall’incapacità del governo di far fronte al debito pubblico e risolvere le problematiche nate a livello economico.

Tra i risultati scaturiti dalla mobilitazione, la Magistratura libanese ha cominciato a mostrare segnali volti a rispondere alle richieste dei cittadini libanesi. Nello specifico, secondo quanto riportato da agenzie locali e fonti giudiziarie, il ministro dell’Informazione del governo ad interim e due ex ministri delle Comunicazioni dovranno affrontare un processo, con l’accusa di spreco di denaro pubblico.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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