Esercito USA riprende le operazioni contro l’ISIS in Siria

Pubblicato il 26 novembre 2019 alle 9:27 in Siria USA e Canada

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L’esercito degli Stati Uniti ha ripreso le operazioni antiterrorismo su larga scala contro l’ISIS nel Nord della Siria, quasi 2 mesi dopo la decisione di ritirare le truppe che aveva dato il via libera all’offensiva della Turchia contro i curdi. 

La notizia è stata riferita il 25 novembre dal quotidiano statunitense New York Times, che cita fonti militari. “Nei prossimi giorni e settimane, il ritmo riprenderà contro quello che resta dell’ISIS”, ha riferito ai giornalisti il generale Kenneth F. McKenzie Jr., a margine della conferenza sulla sicurezza di Manama, in Bahrain, che si è tenuta il 23 novembre. Gli Stati Uniti hanno ancora circa 500 soldati nel Nord della Siria. Le operazioni  USA contro i combattenti dell’ISIS si erano però fermate a partire da ottobre, nonostante gli avvertimenti dell’intelligence che i militanti dello Stato Islamico si stavano raggruppando e rappresentavano ancora una minaccia, anche dopo che il loro leader, Abu Bakr al-Baghdadi, era stato ucciso il 26 ottobre.

Il generale McKenzie ha riferito che ora che i soldati americani e quelli curdi si erano raggruppati in un’area ad Est del fiume Eufrate, nell’estremo Nord-Est della Siria, lungo il confine con l’Iraq, avrebbero potuto riprendere missioni più grandi contro l’ISIS. Il 22 novembre, le due forze armate hanno avviato quella che il Pentagono ha dichiarato essere “una missione su larga scala per uccidere e catturare l’ISIS i combattenti dell’ISIS” nella provincia di Deir al-Zour, circa 190 chilometri a Sud del confine turco. “Numerosi” combattenti dello Stato Islamico sono stati uccisi o feriti nell’operazione e una dozzina di altri sono stati catturati, secondo una dichiarazione della coalizione militare USA a Baghdad, che sovrintende le missioni in Siria.

“Stiamo parlando di gruppi di persone che rappresentano quello che rimane nella scia del califfato”, ha dichiarato il generale McKenzie, descrivendo gli ultimi militanti dello Stato Islamico, un’entità che al suo apice aveva le dimensioni della Gran Bretagna. “Ma hanno ancora il potere di ferire, hanno ancora il potere di provocare violenza”, ha aggiunto. Similmente, l’agenzia di intelligence della Difesa degli Stati Uniti ha avvertito, in un rapporto dell’ispettore generale, che con la diminuzione delle operazioni curde, statunitensi e siriane, l’ISIS avrebbe sfruttato la minore pressione per riorganizzarsi ed espandere la sua capacità di condurre attacchi transnazionali. Queste preoccupazioni hanno spinto i comandanti USA ad affrettare la ripresa delle missioni, condotte in coordinamento con i curdi siriani. A tale proposito, il generale McKenzie ha assicurato che i rapporti tra l’esercito statunitense e le truppe curde sono buoni, nonostante i fatti di ottobre. 

Quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha deciso di ritirare le truppe dal Nord-Est della Siria, l’8 ottobre, ha di fatto abbandonato le YPG, spianando la strada ad un’operazione militare turca contro i militanti curdi. Tale offensiva è stata lanciata il 9 ottobre e veniva identificata con il nome di Operazione “Fonte di pace”. Dopo oltre una settimana di combattimenti e numerose vittime, gli Stati Uniti hanno finalizzato un accordo con la Turchia per un cessate il fuoco temporaneo, il 17 ottobre. Tuttavia, i combattimenti sono continuati in alcune città. Il 22 ottobre, in fine, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ed il suo omologo russo, Vladimir Putin hanno raggiunto un’intesa sulla questione a Sochi, nel Sud della Russia. In particolare, le due parti hanno concordato sulla necessità di respingere le forze curde dalla “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km. Tra i diversi punti concordati, vi è poi l’istituzione di un centro operativo congiunto.

L’operazione in Turchia, secondo Erdogan, era necessaria per salvaguardare la sicurezza turca contro i militanti curdi. Le Syrian Democratic Forces (SDF), guidate dalle YPG, sono state il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria. Tuttavia, negli ultimi anni, erano riuscite ad ampliare il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali della Siria, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. La Turchia descrive le forze curde una “organizzazione terroristica” a causa di legami con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Quest’ultimo, da decenni, ha condotto una campagna armata per raggiungere l’autonomia in Turchia ed è considerato un’organizzazione illegale da Ankara.

Il segretario della Difesa statunitense, Mark Esper, il 28 ottobre, aveva riferito che gli Stati Uniti sono ancora presenti nelle aree strategiche della Siria per contrastare l’ISIS  e qualsiasi gruppo che minacci la produzione petrolifera siriana. Esper ha poi sottolineato notato che le Syrian Democratic Forces (SDF) appoggiate dagli Stati Uniti hanno fatto affidamento sulle entrate relative alla produzione petrolifera per finanziare i propri combattenti, compresi quelli che custodiscono le prigioni in cui sono detenuti i combattenti dell’ISIS. “Vogliamo assicurarci che le SDF abbiano accesso alle risorse, al fine di proteggere le carceri, armare le proprie truppe e aiutarci con la missione contro l’ISIS”, ha dichiarato il segretario alla Difesa statunitense. “Quindi questa è la nostra missione, proteggere i giacimenti petroliferi”, ha aggiunto. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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