Il voto ad Hong Kong: i fatti e le reazioni

Pubblicato il 25 novembre 2019 alle 9:10 in Asia Hong Kong

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

I partiti pro-democrazia hanno ottenuto ottimi risultati alle elezioni del consiglio distrettuale di Hong Kong, a dimostrare un significativo sostegno delle proteste anti-Pechino da parte della popolazione. Per cosa si è votato e quali sono le reazioni. 

Le elezioni locali ad Hong Kong, che si sono svolte nella giornata del 24 novembre, hanno rappresentato un momento di svolta per la città. Per iniziare, l’affluenza ha raggiunto livelli record, in quelle che sono considerate le uniche elezioni democratiche della città. Gli aventi diritto al voto sono 4.13 milioni e si sono recati alle urne ben 2.94 cittadini, con una partecipazione pari al 71%. I primi risultati raccolti dal South China Morning Post hanno mostrato che i partiti pro-democrazia hanno vinto ben 278 dei 344 seggi nel consiglio distrettuale. I partiti pro-Pechino ne hanno conquistati, invece, 42 e gli indipendenti 24. Molti personaggi di spicco del movimento di protesta hanno guadagnato un posto nel consiglio. Inoltre, i partiti pro-democrazia sono riusciti ad assicurarsi il controllo della maggioranza in 12 distretti su 18. Un risultato straordinario se si pensa che alle precedenti elezioni non controllavano nessuno di questi.

Nel 2015, i partiti pro-Pechino avevano ottenuto circa il 54% dei voti e avevano guadagnato ben 298 dei 452 seggi, assumendo il controllo di tutti i 18 consigli distrettuali. Le fazioni politiche vicine a Pechino tendono ad essere meglio finanziate e organizzate rispetto ai loro concorrenti, beneficiando di solidi legami con l’élite imprenditoriale e l’establishment politico. Invece, nel 2015, i gruppi a favore della democrazia avevano ottenuto il 40% dei voti e solo 126 seggi. Nel 2019, invece, anche nelle roccaforti pro-Cina, come il distretto di North Point, i candidati a favore della democrazia hanno avuto la meglio rispetto a politici di lunga data legati a Pechino. Un esempio è quello di Karrine Fu, 23 anni, che ha battuto Hung Lin-Cham, 45 anni, che aveva vinto le ultime 3 elezioni consecutive. Il vicesegretario del principale partito pro-Pechino, l’Alleanza Democratica per il Miglioramento e il Progresso di Hong Kong (DAB), ha perso nel proprio distretto contro un attivista pro-democrazia di 25 anni.

La fazione politica che si oppone all’ingerenza cinese si è assicurata anche 117 seggi anche nel “comitato elettorale” di 1.200 membri che sceglie il leader di Hong Kong. Le elezioni per il consiglio distrettuale sono le uniche consultazioni pienamente democratiche, poiché il governatore della città non è eletto direttamente e solo la metà del Consiglio legislativo è scelta dal popolo. “I cittadini di Hong Kong considerano le elezioni come un referendum e hanno chiaramente affermato di non essere contenti di come Hong Kong e Pechino abbiano gestito le proteste nel corso negli ultimi sei mesi”, ha affermato Kelvin Lam, che ha vinto un seggio nella zona della città nota come South Horizons West. Lam si è candidato per la fazione democratica dopo che al noto attivista Joshua Wong è stato impedito di partecipare alle elezioni. “La voce della popolazione è forte e chiara: cinque richieste, non una in meno”, ha dichiarato Roy Kwong Chun-Yu, che ha vinto nel collegio elettorale di Pek Long. Se la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, “non ascolta la nostra voce”, ha affermato, “forse significa che non è ancora sveglia”.

Le elezioni sono state straordinariamente pacifiche e ordinate, in quello che è stato il primo fine settimana senza violenza degli ultimi mesi. Gli agenti antisommossa, in abiti verdi, erano presenti in alcuni seggi elettorali, ma l’atmosfera è stata generalmente calma. Tuttavia, il clima nella città non è totalmente disteso ed la situazione è motivo di preoccupazioni. “Tutti chiedono da che parte stai, pro-democrazia o pro-istituzioni”, ha affermato Sabrina Koo, un’altra candidata del movimento a favore della democrazia. “Solo dopo ci chiedono quali sono i nostri progetti per la comunità e sulle questioni locali”. Gloria Lai, 40 anni, ha portato i suoi 2 figli in un seggio elettorale vicino a un importante punto di raccolta delle proteste, a Wan Chai, una strada che negli ultimi mesi ha visto i manifestanti scontrarsi con le forze dell’ordine, con l’utilizzo di lacrimogeni e cannoni ad acqua. Hanno aspettato un’ora per votare, secondo quanto riferisce il Washington Post. “Voglio che i miei figli ricordino sempre che il voto è un loro diritto, è loro diritto di esprimere la propria opinione e questo è qualcosa da apprezzare”, ha aggiunto. “Non abbiamo la possibilità di scegliere il nostro governatore, ma abbiamo questo.”

Questi risultati arrivano a seguito di mesi di scontri e proteste. Le mobilitazioni ad Hong Kong sono iniziate il 31 marzo e sono nate a seguito della presentazione di una controversa proposta di legge che prevedeva l’estradizione in Cina. La proposta è stata ritirata, ma dopo pochi mesi, si sono trasformate in una sfida contro il governo della città e contro l’influenza di Pechino. Oggi, sono diventate quotidiane e i leader delle proteste stanno cercando il supporto internazionale contro l’ingerenza cinese nella città semi-autonoma. Il mese di novembre ha visto alcune delle peggiori violenze. Lunedì 11 novembre, un agente di polizia ha sparato a distanza ravvicinata contro una persona che faceva parte delle proteste. Lo stesso giorno, in un incidente separato, un uomo che esternava posizioni pro-Pechino è stato cosparso di benzina e dato alle fiamme dai manifestanti. 

Gli attivisti pro-democrazia di Hong Kong hanno 4 principali richieste, oltre quella relativa al ritiro di una proposta di legge che permetteva l’estradizione in Cina, che l’esecutivo di Hong Kong ha cancellato definitivamente il 4 settembre. La prima riguarda l’avvio di una inchiesta indipendente su ciò che è accaduto nel corso delle proteste, sia in riferimento alla condotta dei manifestanti, ma sopratutto per quanto riguarda l’utilizzo della violenza da parte delle autorità. La seconda è quella di ottenere elezioni libere e democratiche, sul modello di Taiwan. La terza richiesta prevede invece l’abbandono del termine “rivolta” in riferimento alle manifestazioni in corso ad Hong Kong. Infine, gli attivisti chiedono che vengano annullati i capi d’accusa indirizzati contro coloro che fino ad ora sono stati arrestati. 

 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.