Rep. Dem. del Congo: manifestanti contro la missione di peacekeeping dell’ONU

Pubblicato il 25 novembre 2019 alle 19:35 in Africa Rep. Dem. del Congo

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Alcuni manifestanti, nella Repubblica Democratica del Congo, hanno preso d’assalto il campo dove risiede la forza di peacekeeping delle Nazioni Unite, vicino alla città di Beni, nel Nord-Est del Paese. In particolare, gli abitanti si sono indignati per i continui fallimenti della forza dell’ONU, giudicata incapace di riuscire a frenare la violenza dei gruppi armati. La protesta di lunedì 25 novembre è stata scatenata, nello specifico, dall’uccisione di 8 persone, morte a seguito di un attacco sferrato da alcuni militanti contro un villaggio della città di Beni. Altre 3 persone erano poi rimaste uccise, e molte altre ferite, negli scontri che si erano scatenati subito dopo tra le forze di sicurezza e i residenti arrabbiati.

Seguendo la scia delle proteste, i manifestanti si sono introdotti, nella giornata di lunedì, nel campo appartenente alla missione di peacekeeping delle Nazioni Unite e hanno continuato a creare caos e disordine nonostante gli spari degli agenti di sicurezza che tentavano di disperdere la folla. I rivoltosi hanno infine dato fuoco a una parte del campo, che, apparentemente, era già stato evacuato, ha riferito un giornalista dell’agenzia di stampa francese Agence France Presse. Da parte sua, il personale della MONUSCO, l’operazione di peacekeeping dell’ONU attiva nella Repubblica Democratica del Congo, ha riferito che le sue truppe non sono state autorizzate dalle autorità di Kinshasa a prendere parte alle missioni militari contro le organizzazioni ribelli. “Non possiamo imporci in una situazione operativa con scopi offensivi. Siamo venuti in supporto per evacuare i feriti e condividere informazioni quando possibile”, ha scritto su Twitter Francois Grignon, vice-rappresentante speciale della MONUSCO. “Saremo pronti a usare i nostri mezzi di attacco nel momento in cui avremmo identificato obiettivi militari chiari. Dobbiamo stare attenti a non causare vittime tra la popolazione civile conducendo queste operazioni”, ha aggiunto. Dopo i disordini negli edifici delle Nazioni Unite e altri attacchi successivamente sferrati contro l’ufficio del sindaco di Beni, altre 2 persone sono morte a causa degli scontri con le forze di sicurezza delle regioni orientali. 

Tony Mumbere, uno dei manifestanti, ha invece riferito ad Al Jazeera: “Stiamo protestando perché nessuno sta facendo nulla per proteggerci. Nessuno, né i soldati del governo né i soldati delle Nazioni Unite, ci protegge”.  Ancora non è chiaro chi abbia effettuato l’assalto di domenica, ma sono giorni che la città viene ripetutamente attaccata dalle Forze Democratiche Alleate (ADF), un gruppo armato che opera sia nella Repubblica Democratica del Congo sia nella vicina Uganda. Gli attentati sono aumentati da quando le forze di sicurezza nazionali hanno intensificato le loro campagne militari contro i ribelli dell’area.

Nella notte di mercoledì 20 novembre, un gruppo di militanti armati aveva ucciso almeno 19 persone, sempre in una regione orientale del Paese, al confine con l’Uganda. Gli aggressori, che, secondo quanto rivelato da fonti governative, fanno parte delle Forze Democratiche Alleate, hanno altresì rapito diverse persone e dato fuoco a una chiesa cattolica durante la loro avanzata. Anche nella notte tra venerdì 15 e sabato 16 novembre, sospetti militanti islamici avevano attaccato un villaggio della zona orintale del Paese e ucciso altre 15 persone. 

L’esercito della Repubblica Democratica del Congo ha iniziato un’offensiva lungo il confine ugandese circa 3 settimane fa, il 30 ottobre 2019. In questa zona, le Forze Democratiche Alleate sono operative da oltre due decenni. Si tratta di una delle numerose fazioni armate attive nell’est del Congo a partire dalla fine della guerra, protrattasi nel Paese dal 1998 al 2003. Alcuni attentati perpetrati dal gruppo ugandese sono stati rivendicati dall’Isis, ma i legami tra le formazioni terroristiche non sono ancora del tutto chiari.

Si stima che circa 160 formazioni ribelli, con un totale di oltre 20.000 combattenti, siano ancora attivi nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Negli ultimi 20 anni, le Nazioni Unite hanno cercato di stabilizzare la situazione del Paese africano dispiegando una forza di pace di circa 15.000 persone.

Il presidente della Repubblica Democratica del Congo, Felix Tshisekedi, eletto a gennaio 2019, sta tentando di riportare la stabilità nelle regioni orientali del Paese, dove sono frequenti anche gli scontri armati tra vari gruppi etnici. Diversi membri delle milizie si sono arresi, sono stati catturati o sono rimasti uccisi ma la violenza persiste, soprattutto nella provincia di Nord Kivu, a Sud di Ituri.

Dopo aver guadagnato l’indipendenza dal Belgio, nel 1960, La Repubblica Democratica del Congo, Stato africano ricco di risorse, non è mai riuscito ad effettuare una transizione di potere pacifica. La violenza ha raggiunto il culmine e si è estesa in tutta la nazione dopo che l’attuale presidente congolese, Joseph Kabila, nel dicembre 2016, ha deciso di rimanere al potere per il terzo mandato presidenziale. Da allora, il conflitto ha forzato più di 1 milione e mezzo di congolesi ad abbandonare le proprie case, mentre più di 3,000 sono morti, tra l’ottobre 2016 e l’agosto 2017, nella sola regione di Greater Kasai. Il 4 agosto 2017, l’UNICEF ha denunciato la situazione, rendendo noto che la Repubblica Democratica del Congo sta affrontando una delle peggiori crisi umanitarie al mondo.

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Chiara Gentili

di Redazione

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