Capire la crisi di Hong Kong

Pubblicato il 25 novembre 2019 alle 16:50 in Hong Kong Il commento

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Dietro la rivolta di Hong Kong si gioca una delle partite internazionali più importanti del nostro tempo. Per ridurre la sua complessità, occorre uno sforzo d’immaginazione. S’immagini che la Sicilia e la Sardegna siano cadute sotto il controllo di un governo straniero. Ciò che l’Italia farebbe è scontato: cercherebbe di riconquistare le due isole con tutti i mezzi. Questa è la situazione in cui si trova la Cina, che cerca di ricondurre Hong Kong e l’isola di Taiwan sotto il proprio dominio. Hong Kong le fu strappata dagli inglesi nel 1842. Enorme fu l’umiliazione subita dalla Cina, che era un Paese chiuso, fiero e orgoglioso. Basti sapere che l’imperatore cinese, Qianlong, aveva ringraziato con queste parole fierissime il re inglese, Giorgio III, per i doni che gli aveva fatto pervenire tramite un emissario: “Come il vostro ambasciatore può vedere, noi possediamo tutte le cose. Io non attribuisco alcun valore agli oggetti strani o ingegnosi, e i manufatti del vostro paese non mi servono”. Era il 1793. Il problema è che il “manufatto” più importante in politica internazionale sono le armi, che l’Inghilterra possedeva in misura maggiore. E così gli inglesi vinsero la prima guerra dell’oppio e acquisirono il controllo di Hong Kong con il trattato di Nanchino del 1842, detto “ineguale” perché i vantaggi furono soltanto per le potenze occidentali. Non è possibile indicare qui, per motivi di sintesi, tutte le umiliazioni che la Cina avrebbe continuato a subire negli anni successivi per mano degli inglesi. Umiliazioni, costanti e permanenti, che posero le condizioni per una reazione nazionalistica oggi viva più che mai.  

Poi la Cina perse anche l’isola di Taiwan, divenuto un avamposto degli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale. Taiwan è retta da un governo ostile a Pechino e amico di Washington. Oggi la Cina ha imparato la lezione che la politica internazionale è dominata dalla legge del più forte. E siccome la sua forza cresce, si prepara a utilizzarla per riappropriarsi del “maltolto”. Il momento le sembra favorevole per diverse ragioni. La prima è che Trump è cedevole. Ieri il parlamento americano ha approvato un progetto di legge in sostegno dei manifestanti di Hong Kong, che però Trump intende bloccare con il veto per non irritare il presidente della Cina, con il quale vorrebbe stringere un accordo commerciale. Inoltre, Hong Kong è oggi della Cina, anche se conserva alcune libertà liberali in base al principio “un Paese, due sistemi”, secondo quanto stabiliscono gli accordi con la corona inglese del 19 dicembre 1984. Ecco il problema: Hong Kong è una città liberale in uno Stato autoritario. È autonoma, ma non indipendente, e resterà tale fintantoché accetterà di essere dominata da Pechino. Se, invece, cercherà di ottenere l’indipendenza, sarà schiacciata. Ciò che è accaduto nel 1842, quando la Cina era debole, non può ripetersi nel 2019, quando la Cina è forte. Ne consegue che i manifestanti di Hong Kong devono stare attenti a non esaltarsi troppo per il sostegno dei deputati americani giacché i progetti di legge sono pezzi di carta e non proiettili: il manufatto più importante della politica internazionale.

Quanto a Taiwan, Trump non è intenzionato a lasciare che venga assorbita dalla Cina e, come Obama, continua ad armare il governo di Taipei. Ma Xi Jinping, l’1 gennaio 2019, ha dichiarato che intende riprendere Taiwan, con le buone o con le cattive, e questo aiuta a comprendere perché Trump abbia inviato più volte le navi da guerra americane nello stretto di Taiwan. Come se non bastasse, il 20 settembre 2019, gli Stati Uniti sono stati spaventati dalla notizia che Kiribati, un’isola del Pacifico, ha chiuso le relazioni diplomatiche con Taiwan per aprirle con Pechino. Mike Pompeo, segretario di Stato americano, si era dannato l’anima affinché Kiribati tornasse sui suoi passi, ma le sue visite in quell’isola sono state vane. Bella sconfitta per Trump. Il fatto non è irrilevante, tanto più che altre isole sono intenzionate a passare dalla protezione americana a quella della Cina. La decisione di Kiribati aiuta a comprendere che la Cina sta avanzando nel Pacifico a spese degli Stati Uniti. Se anche Trump firmasse l’agognato accordo commerciale con Xi Jinping, la competizione per il predominio in Asia non cesserebbe. La partita internazionale che si gioca dietro la rivolta di Hong Kong è dunque chiara: è una partita tra grandi potenze per sottrarsi quote di potere mondiale.

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Alessandro Orsini

di Redazione

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