Iraq: forze dell’ordine uccidono altri 5 manifestanti

Pubblicato il 24 novembre 2019 alle 11:15 in Iraq Medio Oriente

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Le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sui manifestanti a Nassiriya, città nel sud dell’Iraq, nella serata di sabato 23 novembre, uccidendo almeno 5 persone.

La notizia è stata divulgata sia da fonti interne alla polizia sia dal personale medico locale. I manifestanti si erano riuniti su tre dei principali ponti della città, e le forze dell’ordine hanno fatto uso di proiettili veri e lacrimogeni per disperdere la folla. Oltre 50 persone sono rimaste ferite negli scontri, principalmente a causa di proiettili e bombolette dei lacrimogeni.
Durante la notte, le autorità mediche hanno evacuato neonati e bambini da una struttura ospedaliera situata nel centro della città, dopo che i fumi dei lacrimogeni si sono sparsi anche nel cortile dell’ospedale.

Le proteste sono continuate a Nassiriya anche il giorno seguente, domenica 24 novembre; nella città sono stati appiccati incendi ad alcuni uffici governativi. In altre parti del Paese, sempre nella regione meridionale, e in particolar modo a Basra, centinaia di manifestanti hanno dato fuoco a pneumatici e innalzato barricate per bloccare le strade e impedire agli impiegati governativi di raggiungere i loro uffici. Lo ha reso noto la polizia locale.

Inoltre, nella notte tra sabato e domenica, le forze di sicurezza irachene hanno ferito almeno 24 persone nella città santa sciita di Kerbala, dopo aver aperto il fuoco sui manifestanti per impedir loro di raggiungere i quartieri generali del governo locale.

Già venerdì 22 novembre, le forze di sicurezza irachene avevano ucciso 4 manifestanti a Baghdad, mentre disperdevano attivisti in protesta intenti a bloccare il principale porto vicino Basra.

Almeno 330 persone sono state uccise dall’inizio delle proteste di massa nella capitale irachena e nelle città meridionali dall’inizio di ottobre; si tratta della più grande protesta pubblica dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003. I manifestanti esigono il rovescio della classe politica e dirigente attuale, considerata ampiamente corrotta e al servizio delle potenze straniere.

Le riforme proposte dal presidente, Barham Salih, prevedono che i deputati siano eletti da distretti individuali di intere province, e siano responsabili in maniera individuale piuttosto che come liste di partiti. Ciò mira a soddisfare le domande che vogliono ridurre il potere dei partiti e avere maggiore rappresentazione a livello locale. Tuttavia, una legge proposta nel corso della settimana dal premier, Adel Abdul Mahdi, non fa alcuna menzione di tali cambiamenti. La Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Iraq (UNAMI), mercoledì 20 novembre, ha reso noto che le bozze sono al momento discusse in seno al parlamento, e richiedono maggiori modifiche per soddisfare la domanda pubblica.

Dopo circa due settimane di pausa, in occasione della commemorazione del martirio dell’Imam Husayn a Karbala, le proteste sono riprese il 25 ottobre scorso e da allora non si sono ancora placate, giungendo, il 21 novembre, alla quinta settimana consecutiva. Secondo quanto riferito dagli attivisti di Karbala, Bassora, Dhi Qar e Maysan, i governatorati maggiormente segnati dagli sconvolgimenti, continuano ad essere migliaia i manifestanti nelle tende e nei campi allestiti nelle piazze principali, nonostante le basse temperature. Tra i partecipanti vi sono anche numerosi studenti di scuole e università. A Bassora, i cittadini hanno bloccato la strada principale di passaggio tra l’Iraq e il Kuwait, mentre diversi sono i centri istituzionali occupati nella capitale e nelle altre città.

Si tratta delle maggiori proteste contro il governo del premier Adel Abdul Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma ha rappresentato una continuazione di quanto accaduto alcune settimane prima del suo inizio, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro. I manifestanti hanno evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile.

L’Iraq ha lottato per riprendersi dalla sua battaglia contro l’ISIS, durata dal 2014 al 2017. Tuttavia, il sistema “quote” e la corruzione dilagante nel Paese, così come l’abuso di potere e la presenza ai vertici di alcuni partiti religiosi e delle milizie, continuano a ostacolare l’istituzione e il funzionamento dello Stato in modo efficace e rapido. Non da ultimo, le istituzioni e le infrastrutture irachene devono ancora riprendersi da decenni segnati da combattimenti settari, occupazione straniera, invasione degli Stati Uniti, sanzioni internazionali e guerre con i propri vicini.

 

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Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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